Steve Jobs - CineFatti

Steve Jobs (Danny Boyle, 2015)

Dietro le quinte di Steve Jobs

di Francesca Fichera.

Il successo: una macchina che, per funzionare, ha bisogno di basi solide opportunamente pensate e assemblate. Proprio come un computer, o un film. E questo film, che è Steve Jobs, se non fosse per la sua idea “sbagliata” di rifare un biopic su Mr. Apple – per di più a pochi anni da Jobs, flop totale del 2013 con Ashton Kutcher – di successo ne avrebbe meritato e ne meriterebbe molto.

D’altronde, siamo ancora in tempo per cambiare le cose dando una chance italiana alla sapiente regia (o assemblaggio, volendo restare in metafora) di Danny Boyle, sostituto di David Fincher quale capo di un progetto che avrebbe visto Christian Bale al posto dell’attuale Michael Fassbender e che, oltre la coltre delle apparenze e delle aspettative, riesce nell’impresa di non generare alcun rimpianto. Rimane Aaron Sorkin, brillante sceneggiatore del fincheriano The Social Network e di altre pellicole di livello come L’arte di vincereil quale edifica la struttura del film servendosi del materiale contenuto nella lucida biografia di Walter Isaacson, e offrendo così lo spunto giusto affinché Boyle e il resto del cast tecnico completino il lavoro in nome di un principio che ha molto a che fare con la fedeltà.

Lo Steve Jobs del 2015 e quello nato e vissuto negli Stati Uniti fino al 2011 hanno tanto in comune – a parte la fisionomia, che però l’equilibrata interpretazione di Fassbender riabilita e riplasma a suo vantaggio: il cinismo sconfinato, ma anche il pessimo carattere (ricavato da numerose testimonianze) e quel pretendere totale e continuo dal prossimo che il personaggio dell’assistente Joanna Hoffman (la sempre brava Kate Winslet) raccoglie e amplifica per tutta la durata della storia. Siamo lontani anni luce dal ritratto mediatico dominante di Jobs, con la positività fuori di contesto che lo slogan del “siate folli” ha svenduto fuori e dentro i social network, perché il mondo che Boyle e Sorkin ci mostrano, in tre anni, tre prodotti e tre tempi diversi (’84, ’88’98), è una realtà oceanica piena zeppa di squali, sulla quale non ha fatto che trionfare, semplicemente e tuttavia non senza difficoltà, il predatore più astuto e aggressivo: l’ideatore, ma anche e prima di tutto il comunicatore, più abile.

E sono la comunicazione ed i suoi  ‘dietro le quinte’ i tasti che Boyle e compagni hanno scelto di premere, concentrando la maggior parte dell’attenzione sullo svelamento degli ingranaggi delle scenografie di Jobs, sulle stanze nascoste dal tendone della sua teatralità congenita ed egocentrica priva, nel bene e nel male, di qualsivoglia limite. A cominciare dai rapporti con la famiglia – la figlia Lisa, per anni non riconosciuta – fino a quelli con i colleghi e i superiori, l’abbondanza di parole dello script lascia pochi dubbi nel delineare una personalità incapace di gestire il privato alla stessa maniera con cui imbonisce il pubblico, e che paga tale contraddizione vivendo costantemente a cavallo fra le due dimensioni, nel limbo dato dalla loro ibridazione.

Anche per questo Boyle e Sorkin, con l’aiuto di Elliot Graham al montaggio, preferiscono raccontare la nascita di ogni prodotto e presentazione anziché riprodurne tradizionalmente la messinscena: lo Steve Jobs del palcoscenico conta  per il mondo, ma la storia delle idee si è svolta altrove. E il film spezza quella storia, e il personaggio che l’ha montata insieme (il volto a metà di Fassbender lo fotografa Alwin H. Küchler), per denudarne i pezzi; lo fa con uno sguardo dinamico, che proietta i ricordi sulle pareti o li sparge in forma di flashback rapidissimi, al confine del subliminale, fra primi e mezzi primi piani; lo fa sulle note elettroniche – didascaliche ma sicuramente funzionali – composte da Daniel Pemberton; lo fa con l’imprescindibile ausilio di un cast valido e perfettamente orchestrato, dove anche le presenze altalenanti di Seth Rogen – nei panni di Steve Wozniak – e Jeff Daniels – in quelli di John Sculley – hanno un peso decisivo.

Lo fa, infine, citando Joni Mitchell: al momento giusto, in sordina, come canto della disillusione e del pentimento. Una cosa che in quel mare di squali difficilmente trova posto.

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