Regression - CineFatti

Regression (Alejandro Amenábar, 2015)

La prima regola per andare a vedere Regression è non aspettarsi da lui ciò che il trailer ha promesso. La seconda è: sbrigarsi.

Non servirebbe altro, ma sull’ultimo, sorprendente film di Alejandro Amenábar, regista ai più noto per Apri gli occhi The Others, le cose da dire son tante: innanzitutto che è un thriller, e non un horror come il succitato trailer farebbe pensare – sebbene quest’ultimo sia in qualche modo stato utile a riempire le sale fino alle prime file, e sebbene il film stesso ruoti attorno al concetto di paura come e meglio di tante pellicole dell’orrore in circolazione.

Fra alberi, prati e nuvole grigie (fotografia di Daniel Aranyó), nel Minnesota degli anni Novanta, la storia che narra è quella dell’indagine del detective Bruce Kenner (Ethan Hawke) in merito a una serie di eventi violenti e misteriosi, culminati negli abusi sessuali ai danni della giovanissima Angela Gray (Emma Watson). Primo indagato: suo padre John (David Dancik), meccanico con un passato da alcolista e una famiglia disastrata, che nonostante non ricordi nulla dell’accaduto dichiara comunque di essere colpevole perché sua figlia “non mentirebbe mai”.

Così Regression inizia a tendere la sua corda, oscillando – come il pendolo ipnotico più volte ripreso in dettaglio da Amenábar – fra soggettività e oggettività, alternando canonici campi e controcampi a soggettive dall’audio ovattato, instillando dubbi e confusione nello spettatore, che fin dai primi istanti si ritrova a inseguire il possibile colpevole (o colpevoli) in un gioco di indizi privo di ogni tregua.

Nell’ultimo lavoro di Amenábar la tensione non cala mai, ed a tenerla magistralmente in vita è una perfetta combinazione di regia e scrittura, con il pur essenziale contributo di un Hawke intenso e accentratore (la maturità gli ha fatto un bel dono) e di un cast di interpreti secondari davvero ben calibrato, a cominciare dal danese Dancik per finire con Dale Dickey, la “strana” nonna; per paradosso è proprio la Watson a stonare, col suo ritratto di ragazza rigido e innaturale immerso in un contesto di quotidianità isteriche e ben delineate.

Ma soprattutto – e risulta assai difficile provare a dirlo senza svelare parte del mistero del film – Regression trova il proprio punto di forza nell’assoluta coerenza del discorso che porta avanti attraverso una sceneggiatura ben più profonda di quanto le apparenze suggerirebbero: un Amenábar, ancora ma forse mai come stavolta, originale e anticonformista, che rinnova i propri capisaldi – il confronto fra realtà e illusione, il potere della mente, il baratro sempre aperto della follia – mettendoli a confronto con i grandi temi della scienza e della fede. E dimostrando non solo quanto questi due strumenti, in egual misura, siano in grado di fallire, ma quanto la società stessa sia capace di manipolarli, sempre più spesso, contro di sé.

Raramente era stato detto così bene con un film.

Francesca Fichera

 

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