The Nightmare

The Nightmare (Rodney Ascher, 2015)

di Francesca Fichera.

All darkness looks alive.

Rodney Ascher, conosciuto ai più per Room 237, documentario sui segreti di Shining, pare che in gioventù abbia sofferto di paralisi del sonno. A tal punto da decidere di farne un film, ennesima opera di non fiction; ma non per raccontare la sua “esperienza ipnagogica”, bensì quella altrui. È nato così The Nightmarel’incubo – che, a farci caso, è anche il nome dell’emblematico quadro di Johann Heinrich Füssli – in cui alcune persone, vittime di questa assurda ed inquietante sindrome, s’impegnano a mettere insieme i ricordi delle loro notti insonni nel corso di un’abbastanza canonica serie di video-interviste.

Inusuale – ed a suo modo furba – è piuttosto la scelta del topic, finora appannaggio esclusivo degli horror di finzione (tutti o quasi tutti citati, non casualmente, all’interno del film), dalla mitica saga di Nightmare alla serie di Insidious firmata da James Wan. Fermo restando – come ricorda la cara Lucia Patrizi sul suo blog – che anche col più purista dei documentari, dal momento in cui viene operata una scelta d’impostazione, dall’inquadratura al montaggio, si attua comunque uno sconfinamento, per quanto particolarissimo, nel campo della finzione.

E d’altra parte Ascher, in un certo senso anche obbligato dal tema che ha scelto, valica il limite visivo della video-intervista riproducendone il contenuto ad un livello rappresentativo: praticamente, mette in scena i racconti degli intervistati, li srotola sotto i nostri occhi oltre che nelle nostre teste, utilizzando attori ed effetti speciali e sdoppiando, se non triplicando, la capacità semantica del concetto di illusione. Perché ciò che noi vediamo corrisponde – sebbene non letteralmente – a ciò che loro hanno visto, e in entrambi i casi potrebbe essere vero; e ancora, in entrambi i casi, la verità più grande resta nell’atto del raccontare, come ci direbbe Stephen King con un affettuoso ‘pat pat’ sulla spalla.

Questo parzialmente spiega come mai nomi e volti dei protagonisti reali sfuggano, confondendosi in un unico amalgama di parole – la verbosità è forse uno dei pochi difetti del film – e di sguardi persi nel vuoto multiforme della memoria, mentre ombre e occhi rossi, ghigni e teste aliene, sussurri e grida demoniache, finiscono con l’attirare totalmente l’attenzione. Attraverso l’espediente – forse rozzo ma sempre chiaro – della riproduzione, emerge tutta la forza delle storie narrate: l’angoscia, i drammi personali che nascondono, l’agitarsi impazzito del dubbio di fronte all’incomprensibile. E il fatto che, per quanto si crescerà, per quanto si arriverà a credere che un dio o i propri cari siano la presenza benevola in grado di proteggerci dall’insicurezza, il buio continuerà a sembrare vivo.

Per questa ragione, con The Nightmare, gli adulti a cui capiterà di saltare sulla sedia ritorneranno un po’ bambini, con le pupille fisse su quella macchia scura sul muro che forse è un cappotto… e forse no.

 

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