Selma

Selma (Ava DuVernay, 2014)

La luce su Selma.

1964: Martin Luther King riceve il Nobel per la pace. Ed è letteralmente solo l’inizio, di un film come di un percorso. Che ha tanta strada dietro di sé quanta ancora da fare, per di più in salita. Nel suo SelmaAva DuVernay mostra la parte che significa il tutto: gli ultimi tre anni di vita dell’attivista statunitense, teatro – fra le tante cose – della marcia da lui condotta fra le cittadine di Selma e Montgomery, in Alabama, per conquistare l’estensione del diritto di voto a tutti gli afroamericani. In mezzo, i discorsi, i sermoni, le proteste, le violenze. La Bloody Sunday del 7 marzo 1965, gli arresti, i servizi segreti. E l’ombra di un presagio tragico e incombente che cova la morte dentro.

Di quell’ombra, gli occhi del bravissimo e assoluto protagonista David Oyelowo sanno portare l’alone, quasi il solco. Il grande assente delle nomination agli Oscar 2015 per Miglior Attore restituisce un MLK traboccante di passione, coraggio, empatia, dolore. Un uomo mai distante dalle persone, dalla black people di cui porta avanti la causa. Capace, oltre che a marciare al loro fianco, soprattutto di condividere le lacrime e l’indescrivibile sofferenza cui privazioni e soprusi continui le costringono. Stoico ed equilibrato come gli ideali che contiene – nei primi piani – mostra il fianco, la guancia e anche il profilo quando si trova ad affrontare l’umana debolezza che lo circonda. A cominciare dalla moglie Coretta (Carmen Ejogo) fragile ma incrollabile figura di compagna di un’intera vita.

Racconta tutto e bene l’ottima la regia della DuVernay, in grado di planare sul filo della tradizione per discostarsene con leggerezza nei momenti più significativi e necessari. Accanto al ralenti delle scene di massa o dei frangenti più drammatici (come la folgorante scena della tavola calda), l’occhio della mdp non rinuncia a osare e a giudicare, deformandosi quando sotto la lente (in tal caso del grandangolo) è svelata la deformità stessa del potere: quello ignavo, impietoso e, per questo e a suo modo, connivente. Quel presidente Johnson (Tom Wilkinson) che accantona, rimanda, chiama a raccolta J. Edgar Hoover e compagni (ben lontani dalla visione intimistica di Eastwood) e si arrende solo davanti all’evidenza – mediatica prima, giudiziaria poi.

Sarà questa la ragione – o una delle tante possibili – per cui un film appassionato e appassionante come Selma è stato oggetto di una tale discriminazione da parte della Academy? Che spinge a chiedersi cosa avesse in meno Oyelowo rispetto al Chiwetel Ejiofor di 12 anni schiavo, a parte la fama? Se veramente conta la scelta di narrare un periodo storico recente piuttosto che d’uno più addietro nel tempo?

Sono domande di certo secondarie rispetto alla visione di Selma . Perché, come in tutte le cose migliori, in quest’opera – al pari che nella vita che si sforza di mettere in scena – il come e il cosa coincidono. La meta è importante quanto il viaggio. E la forza che sgorga da ogni singolo fotogramma, l’emozione figlia di una retorica, per una volta, funzionale anziché vuota, merito della sceneggiatura di Paul Webb, basta a rispondere a qualsiasi quesito: prende, avvince, avvicina. Sulle note di Fink – ancor più della candidata Glory di Common e John Legend – va a muoversi e a compiersi l’epica del cuore e della solidarietà. Rara, preziosa e da ricordare.

Francesca Fichera

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