12 anni schiavo

12 anni schiavo (Steve McQueen, 2013)

12 anni schiavo: una storia che tocca l’anima.

Dopo Hunger, Steve McQueen torna a parlare di diritti civili e si dedica allo schiavismo con 12 anni schiavo, un pugno nello stomaco candidato a ben nove premi Oscar. Tratta dal libro autobiografico di Solomon Northup, la storia, ambientata durante gli anni ’40 dell’Ottocento, racconta di un afroamericano (Chiwetel Ejiofor) nato libero a New York che all’improvviso viene drogato, catturato e venduto.

Durante la sua prigionia Solomon è schiavo di tre padroni diversi, tra cui Epps (Michael Fassbender) il più crudele e spietato di tutti. Ma Solomon non si arrende e quando conosce l’antischiavista Bass (Brad Pitt) molto interessato alla terribile svolta presa dalla sua vita, capisce che c’è una speranza di tornare libero, anche se ormai segnato per sempre da quell’esperienza tragica.

Le intenzioni di McQueen sono chiare fin dall’inizio di 12 anni schiavo, vuole toccare l’animo dello spettatore facendolo precipitare subito nel vivo della vicenda e ponendolo su di un punto d’osservazione favorito nei confronti di Solomon, per capire come per esempio si procura alcuni strumenti di fortuna – sapendo che, se venisse scoperto, rischierebbe la morte – per poter scrivere una lettera. Subito capiamo che è il Male il principale protagonista dell’intera pellicola, un Male dal quale l’essere umano non può difendersi ma che può solo sopportare sperando che, prima o poi, sparisca da solo. All’uomo non rimane che la forza di volontà di lottare fino alla fine.

Ma il povero Solomon di 12 anni schiavo durante i suoi anni di schiavitù non conosce solo la malvagità, bensì anche l’amicizia, la consapevolezza che l’umanità è capace anche di buone azioni, cosa che insieme alla sua inseparabile musica lo aiuta ad andare avanti senza contraddire i padroni, con dentro di sé la voglia di rimediare a tutto quello che ha vissuto. Ed è così che stringe amicizia con Patsey (Lupita Nyong’o) la ragazza più prolifica del campo del signor Epps (nonché sua amante non consenziente)  e, soprattutto, con l’attivista Bass, dandosi un motivo in più per lottare – anche quando, sfinito, rompe ciò che di più caro gli era rimasto: il suo violino, la sua musica.

La missione in cui  McQueen si è imbarcato, commuovere e muoverci nell’animo fino in fondo, si palesa in un’altra scena fondamentale: Solomon viene picchiato da Tibeats (Paul Dano) e successivamente soccorso. Viene legato con un cappio al collo su un ramo in modo che i piedi non tocchino terra ed è lasciato così ad annaspare mentre attorno a lui la vita scorre tranquilla, con i bambini che giocano felici. Solo un individuo dal cuore di granito rimarrebbe impassibile di fronte a una simile scena – per non parlare della flagellazione di Patsey, una sequela di immagini che non tutti gli occhi in sala riusciranno a tollerare senza distogliersi.

La perfezione registica di McQueen in 12 anni schiavo è seguita dallo straordinario lavoro del cast con in cima un Ejiofor alla sua migliore interpretazione di sempre, superiore anche a Piccoli affari sporchi. Fantastico anche Fassbender, insopportabile come pochi nel ruolo comunque difficile di uno schiavista che odia se stesso perché innamorato di una schiava, che sfoga tutta la propria rabbia contro la sua merce e, in particolare, su Solomon, perché sente che in lui c’è qualcosa di pericoloso.

Ottimi pure gli altri attori tra cui ricordiamo Benedict Cumberbatch, che interpreta Ford, il primo padrone di Solomon (con cui instaura anche una certa amicizia intellettuale) e Paul Giamatti che svolge una breve particina come mercante di schiavi.

Fiondatevi in massa a vedere 12 anni schiavo.

See You Soon.

Roberto Manuel Palo

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