Grand Budapest Hotel - CineFatti

Grand Budapest Hotel (Wes Anderson, 2014)

La narrazione vince sulla simmetria nel Grand Budapest Hotel.

Grand Budapest Hotel lo dimostra, la mania per le simmetrie di Wes Anderson è divenuta una delle ragioni minori per cui amare il regista texano. In fin dei conti siamo abituati a vedere ogni oggetto, anche il più insignificante, rispettare pedissequamente il proprio ruolo nel disegno geometrico imposto.

Abbiamo osservato questa sua ossessione intensificarsi con l’’aumentare delle proporzioni del budget, rimanendo tuttavia invariata nei suoi precetti basilari. Può apparire dunque superfluo anche solo aprire una discussione su Wes Anderson essendo uno schema utilizzato a ripetizione su storie diverse.

Sogni e ambizioni

Più di Moonrise Kingdom, l’ultimo Grand Budapest Hotel, splendido ritorno in carreggiata, legittima l’’avanzare del discorso. All’apparenza può sembrare infantile, bene o male molti di noi sognando di vincere alla lotteria costruiamo ambiziose speranze incentrate sul settore alberghiero.

Fantastichiamo sull’apertura di hotel a quattro stelle in località rilassanti (che ne pensate di Zihuatanejo?), oppure sulla produzione di blockbuster degni di Spielberg. Grand Budapest è tutto questo, il coronamento di una carriera, il balzo in avanti. Tutto se stesso per un progetto, non un semplice film, davvero grandioso.

Torta a tre strati

L’’ispirazione deriva dai romanzi dell’’austriaco Stefan Zweig e il protagonista è Monsieur Gustave H. (Ralph Fiennes come non l’’avete mai visto), concierge del Grand Budapest Hotel nei primi anni ’30, la cui storia è raccontata su tre diversi piani narrativi paragonabili alla struttura di una torta a strati.

Parte dal presente con un Tom Wilkinson rivolto allo spettatore, voce narrante per il se stesso degli anni ’60, con le fattezze di Jude Law, e le sue settimane solitarie al decaduto Grand Budapest. Lì un giorno incontrò il proprietario, Zero Mustafa (F. Murray Abraham), disposto a raccontargli come divenne il fortunato possessore di un’’istituzione dei bei tempi andati. Così lo seguiamo nei suoi giorni da Lobby Boy (Tony Revolori), gli stessi che rivoluzionarono la vita del Concierge.

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Un gustoso minestrone di generi

Anderson si sbizzarrisce. Grand Budapest Hotel è una sorta di videogioco arcade, Gustave e Zero procedono di livello in livello, nuovi generi compaiono e scompaiono come bolle di sapone senza nulla togliere alla solidità della sceneggiatura.

È vivace, avventuroso, muta faccia con scenografie spettacolari per ogni nuovo ambiente, nella commedia vediamo sprazzi di carcerari e thriller, senza dimenticare un tono drammatico di fondo a cui mescola la natura rocambolesca di Fantastic Mr. Fox col sottile vocio tragico dei meravigliosi Tenenbaum.

La sceneggiatura prima di tutto

La regia è per la prima volta sin dal suo esordio serva della narrazione. È il testo scritto e recitato a reggere l’intero film e non solo l’aspetto visivo (peraltro dotato di sensazionali effetti speciali) con le sue bizzarrie ormai ultranote a chiunque sulla faccia. Simmetria è sinonimo di Wes Anderson su qualunque dizionario.

La sceneggiatura trasmette più di un’idea, il sentimento prima rappresentato come unico e indivisibile con Grand Budapest Hotel riesce persino a sfuggire per buona parte della sua durata, così presi dal gioco si dimentica di essere partiti da una molteplicità di istanti precisi.

Il tempo diventa relativo e Anderson compie l’impresa di immergerci totalmente non più solo nella grafica del suo libro illustrato, ma anche nella storia raccontata. L’emozione del libro pop-up supera il sorriso o l’amarezza, comprende entrambi sotto ogni singolo castello, palazzo o albergo di carta apparso di pagina in pagina.

Fausto Vernazzani

Voto: 4.5/5

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