Forza Maggiore - CineFatti

Forza maggiore (Ruben Östlund, 2014)

 

Chiunque abbia visto Play o anche soltanto il premiatissimo cortometraggio Incident by a Bank sa che Ruben Östlund, classe 1974, può essere considerato senza esagerare come uno dei cineasti viventi più incredibili al mondo.

Ossessionato dal piano sequenza come mezzo per sviluppare scene articolate e complesse su una sola inquadratura fissa, è un regista tutt’altro che freddo e distante come si potrebbe facilmente pensare, al contrario.

I suoi film sono analisi accuratissime e quasi chirurgiche dei rapporti umani e delle conseguenze, spesso violente, provocate dalle loro azioni.

In Forza maggiore (Turist il titolo originale) seguiamo le gesta di Tomas (Johannes Bah Kuhnke) ed Ebba (Lisa Loven Kongsli), una coppia sposata in vacanza per 5 giorni insieme ai figli in un resort nelle Alpi francesi.

Durante un pranzo su una terrazza panoramica una valanga apparentemente controllata minaccia all’improvviso di schiantarglisi contro. Preso dal panico del momento Tomas fugge a gambe levate abbandonando la moglie e i figli alla propria sorte. La valanga però si schianta poco più sotto senza provocare alcun danno significativo. Il gesto di Tomas però sarà difficile da mettere da parte come se niente fosse.

Östlund mette la famiglia di Tomas ed Ebba sotto la lente di ingrandimento. Ciò che ovviamente a lui interessa più di ogni altra cosa è analizzare le conseguenze che quel gesto impulsivo e codardo possano avere su un nucleo familiare così compatto.

Infatti la cosa inizialmente sembra passare inosservata, ma con il passare dei giorni si fa sempre più forte il desiderio di riportare a galla la questione e di affrontarla come si deve, fino a che non diventerà un problema insormontabile.

E in questo ritratto familiare di incredibile verosimiglianza ne emerge uno sguardo inedito sulla perdita di mascolinità dell’uomo occidentale che mai in modo così forte e attuale era stato portato sul grande schermo.

La cosa che stupisce di più però in Forza maggiore è la volontà di Ruben Östlund di scrollarsi di dosso la reputazione di “regista d’essai” e di rendersi sostanzialmente invisibile. Per chi non ne sapesse niente infatti il film potrebbe essere facilmente scambiato per una commedia un po’ particolare.

Pur rendendo il suo cinema incredibilmente più accessibile che in passato Östlund riesce comunque a tirare fuori alcune delle soluzioni registiche e fotografiche più sorprendenti dell’anno, senza che questo renda in alcun modo il film più pesante o meno digeribile per un pubblico meno attento.

Se si mette da parte per un attimo l’incredibile sequenza della valanga, che entra di diritto nella storia del cinema senza se e senza ma (anche se sono due inquadrature montate digitalmente), dove il film rivela la sua forza è in realtà nei suoi bellissimi dialoghi. Basti pensare alla cena in cui Ebba rivela davanti ad una coppia di amici il “divertente aneddoto” legato alla valanga.

Östlund riesce, anche in un banale campo-controcampo, a mettere in scena una serie di virtuosismi registici del tutto impercettibili (occhio allo sfondo) e allo stesso tempo a gestire con dei tempi da manuale uno dei dialoghi più tesi e assurdi che si siano visti da tanto tempo a questa parte.

Ed è proprio la sua incredibile capacità a rimanere sospeso tra la commedia e il dramma che rende Forza maggiore un oggetto unico e irripetibile. Un quadro realistico, vero, tangibile di una realtà di tutti i giorni e alla portata di tutti. E proprio il contenuto forte insieme alla sua grande accessibilità fanno sì che Forza maggiore, oltre ad essere un bel film d’essai, sia anche e soprattutto un grande film popolare capace di stimolare in chiunque una riflessione profonda su di sé e sulle proprie capacità di reazione di fronte ad una prova di responsabilità imminente.

E scusate se è poco.

Victor Musetti

Voto: 4/5

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