La teoria del tutto

La teoria del tutto (James Marsh, 2014)

Dietro le quinte della teoria del tutto.

È il momento delle menti. Che anche se può sembrare cacofonico è un dato di fatto. Perché dopo il racconto della genialità a lungo dimenticata di Alan Turing in The Imitation Game, arriva quella nota e riconosciuta di Stephen Hawking con La teoria del tutto di James Marsh. E il confronto, se non per altro almeno in nome della distanza ravvicinata fra le uscite dei due film, sorge spontaneo.

Da una parte infatti domina il contesto, l’evidenza degli effetti che chi è diversamente grande riesce a produrre sulla collettività; dall’altra preponderano le cause: il dietro le quinte, la tragedia personale (o parte di essa).

A quest’ultimo caso appartiene il biopic di Marsh, dichiaratamente tratto da una delle due autobiografie disponibili sull’argomento, e cioè quella di Jane Wilde Hawking, prima moglie dello scienziato; l’altra è dello stesso Hawking e pare che lì le cose siano diverse non soltanto nel modo in cui sono state raccontate.

Comunque la storia è a grandi linee questa: la vita di Stephen Hawking a partire dal 1963 – anno a lui cruciale per tutta una serie di importanti motivi – fino agli inizi del suo secondo matrimonio con l’infermiera Elaine Mason.

Sull’irreversibile

Nel racconto Marsh procede per simboli, facendoli irrompere nel quadro con prepotenza romantica: subito dopo una piccola e sfocata parentesi ambientata nel presente, appare l’allora studente Hawking, descritto come giovane vitale e sempre sorridente, pedalatore instancabile, giocatore di croquet, all’occorrenza anche vogatore. Mostrato cioè attraverso tutto ciò di cui il tempo dell’esistenza – lo stesso su cui tanto ha riflettuto, studiato e scritto, cambiando la vita del mondo – ha finito col privarlo.

L’intento del regista è chiaro ma, salvo una manciata di cadute più o meno lievi nel melodramma e la recitazione eccessivamente caricata di Felicity Jones (una delusione e una candidatura all’Oscar di troppo), non si affida tanto alla scrittura  (Anthony McCarten), arginando il rischio di esagerazioni retoriche, quanto alla regia stessa: il vero, lampante merito de La teoria del tutto dopo l’impressionante prova dell’attore protagonista Eddie Redmayne, insignito del Golden Globe e nominato dalla Academy.

Una penna che cade

Marsh dimostra di aver assunto alla lettera le potenzialità semantiche ed espressive del mezzo narrando le emozioni più semplici con i primi piani, l’angoscia con il grandangolo, l’entusiasmo con la camera a spalla, la difficoltà con le riprese dall’alto e l’abbondanza di campi e controcampi.

Rispondendo alla domanda “Lei crede in Dio?” – rivolta a Hawking nel corso di uno dei suoi numerosi incontri con il pubblico – scegliendo l’uso esclusivo della macchina da presa, senza parole; per quello che a conti fatti rappresenta uno dei momenti del film più alti in assoluto, su cui il termine fine sarebbe scorso alla perfezione.

Il collante del tutto

Ad amalgamare l’insieme l’islandese Jóhann Jóhannsson (Prisoners) che coinvolgendo e commuovendo ha vinto il Golden Globe e avrebbe il pieno diritto di agguantare pure l’Oscar se non fosse per la presenza in cinquina di due giganti quali Alexandre Desplat (The Imitation Game, Grand Budapest Hotel) e Hans Zimmer (Interstellar).

Resta il fatto che La teoria del tutto colpisce al cuore anche grazie alla sua musica, a Redmayne, a Marsh. Ma più di ogni altra cosa – ed è qui che il film testa la sua riuscita – per Stephen Hawking. Per la sua storia di immenso dolore e di  rinascita continua che pur se edulcorata passa ugualmente in tutta la propria possente amarezza, grazie al calore di un sorriso a cui si stenta a credere, capace di avvicinare il pubblico proprio in virtù della sua natura di miracolo. Che non vivendo di fede è un miracolo più di molti altri spacciati per tali.

Tanto alla fine l’amore e il tempo sono dimensioni insindacabili che altrettanto insindacabilmente s’intrecciano. La teoria del tutto – vedere per credere – è la dimostrazione artistica di questa tesi, tanto grossolana quanto vera. Sta a dirci che viviamo in quell’intreccio, in quel disegno e che, per usare le medesime parole di SH, ci è data una sola occasione di capirlo.

Come Interstellar, però detto meglio.

Francesca Fichera

Voto: 4.5/5

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