Mercy

Mercy (Peter Cornwell, 2014)

di Francesca Fichera.

Di Stephen King non ci si stanca mai. Dei film tratti dai suoi libri, invece, più di una volta sì. Vale anche, e purtroppo, per il recente Mercy di Peter Cornwell: un lavoro che molto probabilmente sarebbe rimasto nell’ombra degli scaffali (è stato distribuito in DVD) e del web (lo si trova anche on demand) se non fosse stato per la buona campagna mediatica che lo ha preceduto, con il sostegno dei grandi nomi coinvolti nel cast e della presenza dello sceneggiatore Matt Greenberg, al quale dobbiamo il sopravvalutato adattamento di 1408.

Il lungometraggio, della durata di appena 78 minuti, trae spunto da La nonna (Gramma), racconto kinghiano della raccolta Scheletri che narra di un ragazzino rimasto solo con la nonna malata in una notte buia e tempestosa. Sullo schermo, però, le cose vengono fatte iniziare nel bel mezzo di un tenebroso e remoto passato, dove una giovane donna tiene fra le braccia il proprio bambino davanti al fuoco scoppiettante del caminetto acceso. Fino a che non fa la sua comparsa un uomo. E dopo, soltanto dopo il primo assaggio di orrore, i titoli di testa possono partire.

Mercy

Love made me, recita l’iscrizione, e a parlare è l’Inferno di Dante, la porta che lo apre e che afferma di essere stata fabbricata da “la divina potestate, la somma sapienza e ‘l primo amore”. Ciò che segue è il ridicolo abbozzo della descrizione del rapporto, ispirato dalla complicità e dall’affetto, tra il piccolo George (Chandler Riggs di The Walking Dead) e l’anziana Mercy (Shirley Knight), la nonna. E le scene successive non sono da meno. L’intero film non è da meno. Anche se è prodotto dalla Blumhouse, sotto la cui egida sono nati e cresciuti gli horror di James Wan. Anche se i vividi, estremi chiaroscuri della direzione fotografica di Byron Shah contribuiscono a definirne e incupirne l’atmosfera.

Ma un’ombra e un salto sulla sedia non fanno una buona storia di paura come una rondine in cielo non fa la primavera. E Mercy, il cui prezzo è di rendere lungo qualcosa che in sostanza è breve, si rivela presto quale insensata accozzaglia di momenti narrativi giustapposti e tenuti insieme sull’esclusiva base di una sottotrama esoterica senza un minimo di spessore e di profondità. Al di là dei canonici (e, a questo punto, anche banali) istanti di tensione – volti che appaiono d’improvviso alle finestre, mani estranee che sbucano dalle coperte – nel film di Cornwell sembra non esserci niente capace di attirare veramente l’attenzione. Niente che sia stabile, tutto intermittente; perfino i personaggi – su tutti, un Dylan McDermott che vedrete apparire, sparire e riapparire come l’inchiostro simpatico. E a nulla valgono le sporadiche citazioni dal discorso di King se le circonda la noia più grigia. Oltre a dei titoli, di testa e di coda, scritti in un font davvero imbarazzante.

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