BFI58: The Salvation (Kristian Levring, 2014)

di Fausto Vernazzani.

Il Dogma95 ha avuto vita breve, se si guarda al manifesto prima e ai film girati in futuro dai firmatari, non ci si riesce a capacitare di come tutto alla fine sia rientrato nella norma. Sappiamo qual è il destino dei due maggiori esponenti, Vinterberg e Von Trier, e ora dopo Cannes al BFI London Film Festival siamo testimoni dell’evoluzione del quarto ad aver posto la firma, Kristian Levring, autore di un cupo western danese.

Il titolo è The Salvation e le vicende raccontate corrispondono alle classiche convenzioni del genere. Jon è in America insieme al fratello Peter, fuggiti in cerca di una vita migliore dopo la sconfitta subita nella guerra dello Schleswig del 1864 contro l’esercito prussiano. Sette anni dopo l’inizio della loro permanenza, riassunta attraverso un’antipatica didascalia iniziale, la moglie e il figlio di Joni lo raggiungono nella sua terra, ma prima di vedere la nuova casa sono entrambi uccisi da una coppia di ubriachi a bordo della diligenza.

La vendetta è rapida: Jon raggiunge e spara gli assalitori, ma salta fuori che uno dei due era il fratello di Delarue, il temuto criminale della piccola cittadina a cui Jon è legato. Una vendetta tira l’altra e The Salvation prosegue mano nella mano con i soliti cliché e una manciata di attori capaci di render più del dovuto con i personaggi loro affidati. Mads Mikkelsen non ci sarebbe neanche bisogno di dirlo, eccelle dal primo all’ultimo minuto, come Clint Eastwood ha solo due espressioni, ma le usa tutte al massimo.

A decorare il west in chiave danese ci sono anche una muta e sfregiata Eva Green, la donna mostro del cinema, la vera scream queen dei giorni nostri o forse anche più di questo, un viscido Jonathan Pryce e un non troppo emozionante Jeffrey Dean Morgan come villain, accompagnato da Eric Cantona come scagnozzo. Un team di talenti ben caratterizzati dalle battute scritte per loro da Levring e Anders Thomas Jensen, di cui abbiamo già avuto ennesima prova del suo talento proprio qui a Londra con A Second Chance.

A differenziarlo dalle decine di film scritti sullo stesso modello è poco, ma sufficiente per chi ama i dettagli, ed è qualcosa che lega The Salvation a un altro film visto al BFI, The Keeping Room: il sottolineare la crudeltà della guerra. Se il secondo si sofferma sul durante, il western ne osserva il dopo, dividendo gli uomini in chi ha combattuto e perso contro i tedeschi, chi ha combattuto contro i nativi americani e ha vinto, entrambi si sono induriti, entrambi hanno perso un pizzico di umanità, ma guadagnato qualcosa in dignità.

In questa ottica Levring e Jensen sostengono lo sguardo potente di Mikkelsen di fronte alla dualità di due ruoli, il sindaco-becchino e il reverendo-sceriffo armato di pistola. La contraddizione insita in questa fusione di mestieri è vista con occhio critico, si espone una metafora senza troppi fronzoli come fosse una ferita aperta: chi ci comanda ci vuole morti, chi dovrebbe aprirci alla misericordia di Dio nell’alto dei cieli ci giudica in terra con il calcio della pistola stretto tra le dita. E la conclusione con in risalto quei pozzi di petrolio rimasti sullo sfondo sino alla fine rendono The Salvation una rappresentazione dei giorni nostri migliore di quanto possa sembrare.

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