BFI58: The Keeping Room (Daniel Barber, 2014)

di Fausto Vernazzani.

L’esercito confederato è silenzioso, nelle foreste si sente solo il rumore degli stivali yankee. Gli unionisti hanno vinto la guerra civile, non c’è speranza che gli uomini delle donne del Sud tornino a proteggerle dopo tanti anni in cui non hanno potuto far altro che affidarsi a se stesse per sopravvivere. È questo lo stato mentale in cui Augusta/Brit Mailing è entrata per prendersi cura della casa di famiglia e della sorella minore Louise/Hailee Steinfeld insieme alla serva nera Mad/Muna Otaru.

Sono sole a coltivare la terra, a nutrirsi del poco che hanno a disposizione, neanche più della speranza in realtà, se non quando la verità a tirarla fuori è un sorso dell’alcol distillato in tempi migliori. Ora sono lontane dai saloni e fisse nella stanza che dà anche un titolo al film, The Keeping Room, vicine al fornello dove patate e pochi altri ortaggi vengono bolliti e servito. Ma il regista Daniel Barber aveva preannunciato la crudeltà della guerra con la consueta citazione a effetto all’inizio del film: i guai arrivano.

Il male ha la forma di due disertori yankee, di cui uno è Sam Worthington: stupratori, ladri, ubriachi e assassini al soldo di nessuno, sciacalli allo sbaraglio in una terra senza padroni. La frontiera sudista in qualche modo richiama Heygate Estate, edificio dove regnava l’anarchia e in seguito la vendetta di Michael Caine nel precedente e primo film di Barber, Harry Brown. The Keeping Room è l’anarchia allo stato puro, non c’è salvezza e neanche realtà, Augusta si trasforma in un’amazzone, Mad in una madre, Louise in una donna, quando tutto questo non sarebbe mai stato possibile in tempi di pace.

The Keeping Room

È una sofferenza interamente al femminile, questo ci restituisce la sceneggiatura di Julia Hart, rispettosa degli abiti dell’epoca di riferimento, mai anacronistica, mai prona al vittimismo. Il pianto del trio di protagoniste di fronte all’assedio delle iene/uomini è ripreso con eleganza viscerale da Barber, piacevole e doloroso agli occhi dello spettatore, raramente solleticato da scene troppo estreme o da nudi facili. Vedere la tortura del corpo ha ben poca importanza di fronte alla metafora della crudeltà che unisce chi si odia e divide chi si ama, rapporti nati dalla sola paura che tutto fa girare.

Ma Barber come la prima volta non dimostra ancora di saper andare oltre la semplice rappresentazione dei generi, riesce ad esprimerne i significati con una regia precisa e delicata, ma non ad aggiungere qualcosa di nuovo in territori già visti. The Keeping Room regge finché mantiene i piedi per terra, casca negli ultimi minuti dopo esser risalito gradualmente con un gioco del gatto col topo durato tempo a sufficienza per stabilizzare il battito cardiaco dello spettatore su cifre superiori agli standard. Un errore perdonabile è però pur sempre un errore, dunque si rimane in attesa di una maturità che potrebbe regalarci un nuovo autore.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.