Men, Women & Children - CineFatti

Men, Women & Children e qualche stereotipo di troppo

Ironia, furbizia e grottesco nel tecnofobo Men, Women & Children di Jason Reitman

Non lo vedevamo così da anni: Jason Reitman torna con la carica al 100% al BFI London Film Festival, lasciandosi alle spalle gli insuccessi commerciali e critici di Young Adult e Un giorno come tanti con una storia corale molto simile alla tradizione altmaniana perseguita da Paul Thomas Anderson agli inizi della sua carriera.

Chiariamo subito, però, Reitman la maestria di PTA non la vede neanche in cartolina, ma lo emula con astuzia integrando il proprio stile a metà tra il comico, eredità di papà Ivan, e il grottesco che lo ha reso apprezzato dalla critica e dal pubblico coi suoi famosu cult Thank You For Smoking, Tra le nuvole e ovviamente Juno.

Dallo spazio profondo a Pornhub

La storia inizia oltre il sistema solare: Emma Thompson ci presenta la sonda Voyager, in viaggio da decenni nell’’universo e “configurata” dallo scienziato e divulgatore Carl Sagan per prendere una foto particolare, nota col nome di The Pale Blue Dot, dove la Terra è visibile come un insignificante pallido puntino blu tra gli anelli del gigante Saturno (ne parlammo approfonditamente con l’uscita di Interstellar).

Tra innumerevoli corpi celesti quale importanza possono avere le nostre azioni ci si chiede prima di passare a un Adam Sandler in procinto di masturbarsi davanti al pc di suo figlio? L’ironia di Reitman, appunto, anche se tagliata con l’accetta.

Bizzarro partire da un prodigio della scienza per farsi poi alfiere della tecnofobia, ma così Men, Women & Children parte in quarta raccontando il rapporto tra tecnologia e famiglia. C’’è chi sviluppa un attaccamento eccessivo ai videogiochi come reazione all’’abbandono della madre, chi sorveglia la propria figlia controllando le sue interazioni in rete, chi ne scatta foto in pose compromettenti pur di venderne l’immagine, chi confonde la pornografia con la realtà e chi lo sfrutta per sfuggire alla noia.

Stereotipi digitali

Un mare magnum di situazioni tratte dai triti e ritriti stereotipi che circondano la vita sul web, strappando qualche risata e un paio di lacrime qua e là con sviluppi prevedibili, al fine di mostrare la futilità delle preoccupazioni terrene.

Reitman sfrutta con insistenza i primi piani e osserva il dimenarsi fastidioso di genitori incapaci di gestire con naturalezza i propri figli, a loro volta incapacitati a rapportarsi con la realtà, resi ciechi dai falsi demoni creati dagli adulti.

In seguito ogni cosa ritorna al Pale Blue Dot, lassù a osservarci da lontano, ormai ignaro degli eventi che macchiano la Terra, a ripetere all’’infinito greetings in 53 lingue mentre noi temiamo i MMORPG o innocenti scambi di battute su Facebook.

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Ironia portami via la fobia

Tanta banalità dietro il concept del film si salva grazie alla sua forte ironia, nata col sostegno di una sorprendente e utile voce narrante, e alle ottime interpretazioni del cast, con un duo inaspettato composto da Dean Norris e Ansel Elgort (reduce da Colpa delle stelle), contro cui non fanno una brutta figura Jennifer Garner e Judy Greer.

Persino Sandler colpisce in un ruolo che lo riporta agli antichi fasti di un gioiello dimenticato del succitato PTA, Ubriaco d’amore.

A uscirne ancora meglio sarà il romanzo di partenza di Chad Kultgen, ma il messaggio affatto condivisibile di Men, Woman and Children riesce a convogliarlo. Non sarà memorabile, ma come primo dazio agli USA dal BFI non si può chiedere di meglio.

Fausto Vernazzani

Voto: 3/5

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