Lussuria (Ang Lee, 2007)

Il desiderio è un’arma: la lussuria secondo Ang Lee.

Se ci trovassimo a operare una scrematura di qualità sulla filmografia di Ang Lee, a uscirne vittoriosi (almeno in questa sede) non sarebbero l’acclamato (e ingannevole) Vita di Pi né il sopravvalutatissimo I segreti di Brokeback Mountain.

Un posto di rilievo ce l’avrebbe di sicuro, assieme alle atmosfere realisticamente angoscianti de Il banchetto di nozze (uno dei primi film, targato 1993), il non troppo recente Lussuria, Leone d’Oro alla 64a Mostra del Cinema di Venezia.

Il perché è presto detto: nel trasporre l’omonimo romanzo di Zhang Ailing, Lee si avvale innanzitutto di due interpreti straordinari quali Tony Leung, nel ruolo del coriaceo protagonista maschile Mr. Yee, e Tang Wei, due volte attrice – nonché splendida esordiente – nei panni di una sensualissima spia.

Sesso e potere

La cornice storica e narrativa è quella della Shanghai degli anni Quaranta, con le sue strade brulicanti di volti, biciclette e taxi a pedale, e soprattutto con l’incubo – purtroppo più che reale – dell’occupazione giapponese.

Il compito di Wang Jiazhi, la giovane Wei, è quello di minarne il potere colpendo direttamente Mr. Yee, coinvolto nelle operazioni segrete di sostegno al governo/fantoccio.

Il corpo della verità

Mentre Alexandre Desplat sottolinea il dramma con la musica, la fotografia di Rodrigo Prieto lo rende incredibilmente elegante, compensando l’insieme e donando un’aura magica e discreta alla regia spesso didascalica ed eccessiva di Ang Lee.

Così ci viene mostrata la graduale e inesorabile dispersione di un’identità, la Wang Jiazhi che diventa Mak Tai Tai per fare breccia nell’intimità, prima domestica e poi fisica, di quell’uomo dallo sguardo di pietra che è Mr. Yee.

Assistiamo alla caduta di entrambi in un vortice di desiderio, di lussuria appunto, delirio di corpi nudi e crudi svelati attraverso un vero e proprio assalto da parte della macchina da presa e poi spezzati dal montaggio, anime colte nell’atto di combattere contro i propri limiti senza esclusione di colpi e di parti.

Con la maschera e senza

In Lussuria la nudità fa veramente scandalo perché umana fino in fondo: sporca, bruta, disordinata, disperata, ha il pregio di non possedere patine e il demerito di arrivare a stancare, ridondante com’è; forse perfino a fare male.

Ma il cuore di tutto, la calma prima della tempesta tragica, è – a ben pensarci come dovrebbe essere sempre – con i vestiti addosso: sulle note e fra le righe di una canzone popolare che recita «solo l’amore che sopravvive ai tempi più difficili è vero», mentre lo sguardo dello spettatore si sovrappone a quello di Mr. Yee – e del regista – riempendosi d’acqua.

Lì, poco prima della fine, si acquisisce la consapevolezza (in sordina) che l’annullamento dei confini fra i corpi ha ridotto le distanze fra i cuori ma, più di ogni altra cosa, che “la maschera è diventata il volto“, come scriveva, fermando il tempo, la Yourcenar.

Francesca Fichera

Voto: 3.5/5

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