The Raven (James McTeigue, 2014)

di Francesca Fichera.

Dimenticate pure la figura di poeta emaciato e pallido dagli occhi cupi che ha dato alle stampe una fra le più note poesie della storia della letteratura – la stessa che dà nome al film biografico di cui stiamo per parlare. In The Raven, biopic meta-narrativo tessuto intorno a Edgar Allan Poe e le sue storie, il maestro del gotico è un emotivo cronico con inflessioni romantiche e un perenne stupore stampato sul volto, tutt’altro che sciupato e dalla bocca sempre spalancata, di John Cusack.

Basterebbe questo per definire l’ultimo film di James McTeigue, che pur diresse l’acclamato V per Vendetta, cosa che mai si direbbe dopo aver guardato questo, eccezion fatta per quel certo non so che nell’uso dei primissimi piani e dell’avvicinarsi della mdp al terrore e alla ribellione pulsanti nelle pupille di ciascun personaggio.

Rifiutato da lettori, editori, baristi e suoceri ma non dal bicchiere (sempre pieno), Cusack/Poe vive di ciò che riesce a racimolare scrivendo recensioni sui quotidiani e della fama ereditata dalle precedenti pubblicazioni letterarie. Oltre che dell’attesa – estenuante – di un improvviso rinvigorirsi della sua vena poetica: solo con questo infatti potrà tornare in auge e coronare, grazie al successo, il suo sogno d’amore con l’aristocratica Emily Hamilton (la bionda dagli occhi di colore diverso Alice Eve).

Inaspettatamente, l’occasione gli si presenta con il verificarsi di una serie di efferati delitti in qualche modo a lui connessi: come intuito dal detective Fields (un Luke Evans che, al contrario di Cusack, anche se non sa cambiare espressione almeno ci prova), l’assassino seriale che tinge di rosso cunicoli e angoli di Londra trae ispirazione, e senza tralasciare i dettagli, dal macabro universo dei racconti di Poe: da I delitti della Rue Morgue a Il pozzo e il pendolo, passando per La morte rossa, fino a La sepoltura prematura. Condurre l’indagine con la vicinanza e l’aiuto dello scrittore – peraltro coinvolto direttamente dall’omicida attraverso un bieco ricatto – rappresenta l’unico modo realmente efficace per scovare il mostro e porre fine alle sue nefandezze. Oltre che per scrivere una nuova storia.

The Raven 1

Iniziato con un travelling – nel buco di una serratura – e concluso con un effetto visivo di dubbia finezza, The Raven costituisce quel classico esempio di tentativo fallito a scapito dei più che buoni presupposti non soltanto registici ma anche, e soprattutto, narrativi. L’immensa mole formata da vita e opere dell’autore inglese avrebbe dato origine, in circostanze più fortunate, a un film, se non eccezionale, perlomeno di buon livello; mentre l’opera di McTeigue raggiunge a stento la sufficienza.

Impostato nell’ottica di un avventura punta-e-clicca (per chi non lo sapesse, uno di quei videogiochi nei quali per portare a termine la missione e fuggire è necessario risolvere enigmi e trovare oggetti), con quell’abbondanza di citazioni che può divertire gli appassionati (anche se solo fino a un certo punto), The Raven sfrutta superficialmente la maggior parte degli elementi desunti dalla biografia di Poe, passando rapidamente dal più classico dei film biografici al più televisivo degli horror. Fino a un’annacquata farcitura thriller il cui unico merito sta nel portare discretamente a compimento la tattica del whodunit, lo svelamento narrato del colpevole tipico di un gran numero di gialli, e che attira fino in fondo chi si accontenta della curiosità.

N.B.: da non confondersi con i precedenti film omonimi, rispettivamente datati al 1935 e al 1963.

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