Colpa delle stelle (Josh Boone, 2014)

Colpa delle stelle, lacrime a fiumi con Josh Boone – di Francesca Fichera.

È questione di punti di vista, sta tutto lì. Anche se e quando si parla di cancro. E anche quando lo si racconta attraverso un libro (prima) e un film (poi). Il libro, che porta lo stesso nome del film, si chiama Colpa delle stelle (The Fault In Our Stars), e lo ha scritto John Green. Che, udite udite, sostiene di averne tratto il senso – perlomeno per ciò che riguarda il titolo – da un verso del Giulio Cesare di William Shakespeare: «La colpa, caro Bruto, non è delle stelle, ma nostra, che ne siamo dei subalterni».

Josh Boone, predestinato al nuovo The Stand (da L’ombra dello scorpione di Stephen King), si specializza nella trasformazione della parola stampata in immagini per lo schermo. Sua è l’ottica che a sua volta ingloba la lettura fatta da Green della tragedia del cancro attraverso la struggente storia sentimentale fra Hazel Grace Lancaster (Shailene Woodley) e Augustus “Gus” Waters (uno stupefacente Ansel Elgort). Lei afflitta da un tumore ai polmoni (derivato da un precedente male alla tiroide), lui sopravvissuto a un cancro per via del quale ha dovuto amputarsi una gamba. Si conoscono a una riunione del gruppo di supporto per sopravvissuti al cancro (“letteralmente nel cuore di Gesù”) e finiscono con l’innamorarsi «come ci si addormenta: prima piano piano, e poi profondamente».

Con questi presupposti sarebbe illogico aspettarsi da Colpa delle stelle qualcosa di diverso da fiumi di lacrime e miele. Eppure c’è, e sta a significare il lato inedito dello speciale punto di vista di cui si parlava poc’anzi: l’ironia. Dissacrante al punto tale da stupire. Perché l’ultima cosa che ci si attende da una storia di malati terminali è che faccia ridere prima di far piangere; a maggior ragione se ci riesce anche durante e dopo. La storia di Green, filtrata da Boone tramite una regia vivace che restituisce il senso di novità e di originalità del racconto grazie a una camera che non sta mai ferma, alternandosi tra piani americani, primi e primissimi piani; la storia di Green possiede la virtù, forse proprio il talento, di saper accettare la morte come fondamentale presupposto della vita al punto da scherzarci, giocarci, come se fosse una cosa qualsiasi, che fa parte del quotidiano. Così come dovrebbe essere.

Ma quand’è che si soffre davvero guardando Colpa delle stelle? Dopo i lazzi di Gus e del suo amico Isaac (Nat Wolff) – figura di adolescente, reso cieco da un retinoblastoma, paradossalmente esilarante – dal momento in cui si cede il passo all’accanimento. Non terapeutico ma narrativo. Racconto nel racconto, il libro preferito della protagonista Hazel, dal titolo Un’afflizione imperiale, recita: «il dolore esige di essere sentito». Un principio che, evidentemente, sia l’autore Green che il regista Boone – insieme con gli sceneggiatori Scott Nestaudter e Michael H. Weber – hanno preso alla lettera, specialmente quando si è trattato di concludere la storia.

Sia ben chiaro: s’è già detto dei presupposti, che non si negano. Ma da qui a dire “piangi di più” in maniera subliminale per tutta la durata del già di per sé triste epilogo c’è un mare. Ed è lì che annega Colpa delle stelle, rinunciando a parte della cifra che avrebbe potuto avvicinarlo a opere del calibro di Alabama Monroe. Rinunciando alla propria personalità. Scadendo nell’attaccamento morboso ai dettagli della sofferenza – che si spera non diventi la conditio sine qua non delle relazioni sentimentali. E spingendo a dire: peccato. Per lo splendido e malinconico ritratto di Amsterdam, per gli M83 e le altre perle del sottofondo musicale. Per le risate e per la bravura del giovane Ansel Elgort. Perfino per il cammeo a sorpresa di Willem Dafoe.

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2 pensieri su “Colpa delle stelle (Josh Boone, 2014)

  1. io ho difficoltà a vedere opere cinematografiche che parlino di malattie attraverso l’ironia.Ho il bisogno fisico di sentire la sofferenza,il dolore,il lutto,con tutti i dettagli possibili e immaginabili.
    Però, è anche vero, che amo sti film
    Proprio stamattina stavo discutendo con Didier di musica bluegrass. Scusa,ma Alabama va citato,amato …..

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    1. Infatti è stato il mio primo pensiero quando ho visto questo film e l’ultimo quando ne ho scritto la recensione: viva Alabama Monroe! Anche se, ti dirò, considero l’espediente del tono narrativo ironico una delle cose più riuscite del film (e immagino anche del libro che l’ispira): i dettagli della sofferenza ci sono, cambia solo il fatto che vengono amalgamati alla necessità dell’ “andare avanti”, come nel tempo del racconto così in quello della vita. Solitamente preferisco, come te, il modo tragico alla Alabama Monroe, ma se in tal caso si fosse adottato fino in fondo il registro ‘leggero’ avrei apprezzato comunque. E di più.

      – Fran

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