Crisis: una partenza senza il botto

di Francesca Paciulli.

Sotto il sole di una ordinaria mattina a Washington D.C., una sfilata di auto extra-lusso percorre il viale di accesso del prestigioso liceo Ballard, la scuola frequentata dai figli del gotha d’America. Dalle auto scendono adolescenti dalle gambe snelle e dalle labbra disegnate (Amber Fitch, figlia della potente CEO di una multinazionale) e giovani studentesse versione “bella inconsapevole ma sensibile” (Beth Ann Gibson, quindicenne in rotta con il padre, ex analista della CIA), aspiranti bulli e genietti in sovrappeso, adolescenti con il fisico da quarterback e “cameretta” alla Casa Bianca (il figlio del presidente degli Stati Uniti: muscoli in bella vista e ciuffo impertinente).

I ragazzi e i lori accompagnatori (un insegnante troppo carino per passare inosservato e il padre di Beth Ann, Francis Gibson) si accomodano sullo scuolabus per dare il via all’attesa gita scolastica quando, lungo il percorso, un commando armato li costringe a scendere. Falcidiata la scorta del figlio del presidente degli Stati Uniti (ma non l’invincibile Marcus Finley, al suo primo giorno di lavoro come uomo della scorta insieme al collega veterano – e complice dei “cattivi”), gli uomini armati, con destrezza, organizzano il trasferimento degli studenti su un furgone blindato che li conduce in una base segreta: una lussuosa villa sorvegliata notte e giorno. Fino a che i ricchi e potenti genitori non accetteranno le condizioni dei rapitori nessun ragazzo sarà liberato. E potrà sperare di sopravvivere.

Siamo a venti minuti dall’inizio del pilot di Crisis e il primo vero colpo di scena della nuova serie NBC viene servito. Il padre di Beth Ann (Dermont Mulroney)  ha solo l’aspetto di un nerd imbranato: in realtà è un ex analista della CIA deciso a farla pagare agli odiati vertici che in passato, con il ricatto, lo hanno costretto ad accollarsi le responsabilità di una missione militare sanguinosa e fallimentare.

Crisis 2

Ed ecco la notizia, papà Gibson è tutt’altro che imbranato: quella è una facciata che recita per non destare sospetti nella società. In realtà è la spietata e brillante mente a capo del commando che ha rapito i figli (e sua figlia) dei potenti (senatori, economisti, CEO di multinazionali, ambasciatori). Perché? Per vendicarsi. Cosa sareste disposti a fare pur di salvare i vostri figli? Chiede ai genitori Gibson. A dirottare un drone? (come il padre di Anton, l’unico studente scampato per un soffio al rapimento)? A torturare un generale? (come il padre di un altro giovane prigioniero) A trasportare una valigia che “scotta”? (come il capo di gabinetto del presidente nonché padre di uno dei giovani ostaggi). E Meg Fitch (Gillian Anderson), donna d’affari (forse sporchi) nonché sorella dell’agente dell’FBI Susie Dunn (Rachel Taylor), cosa sarebbe disposta a fare per liberare la figlia (in realtà figlia della sorella).

Con un capovolgimento di scena simile i presupposti per una serie con il botto ci sarebbero tutti (senza parlare del valore aggiunto offerto dal ritorno sulle scene dell’algida Gillian “Dana Scully” Anderson). Il condizionale è d’obbligo perché ben presto la delusione prende il posto dell’aspettativa. Improbabile è infatti il primo aggettivo che viene in mente quando osserviamo Finley, al suo primo giorno di lavoro come uomo della scorta del figlio del Presidente, schivare proiettili esplosi a distanza ravvicinata; sopravvivere come il miglior John Rambo ad una ferita mortale.

Scontato è il secondo aggettivo: come l’iniziale ostilità tra l’agente dell’FBI Susie Dunn e Marcus Finley, costretti dal direttore dell’FBI (Michael Beach) a unire le forze per scovare il nascondiglio degli ostaggi. “Non chiamarmi signora”, lo apostrofa a muso duro Susie (Rachel Taylor, sguardo alla Nicole Kidman prima maniera e zazzera bionda perfettamente in piega persino negli inseguimenti più forsennati). Lui sorride con un ghigno e apprezza la franchezza. Lo spettatore più navigato può solo sperare che se proprio l’immancabile liason sentimentale deve esserci, sbocci almeno non prima di altri tre o quattro episodi e che non rubi troppo spazio al già traballante ritmo dello script.

Troppa carne al fuoco per una resa annacquata. E di certo non aiuta l’incolore prova di Dermont Mulroney, più adatto ai panni di un comprimario (non a caso, spesso, nelle pellicole che lo vedono protagonista a rubargli la scena sono le partner femminili, da Julia Roberts a Debra Messing) che a quelli del protagonista accentra-sguardi.

A questo punto non può non venire in mente Hostages trasmesso negli USA sulla CBS, altro drama-thriller dalla trama orizzontale dove il capo dei rapitori (in quel caso un agente dell’FBI) era “scritto” per ispirare empatia negli spettatori (e in quel caso Dylan McDermott riusciva decisamente  nell’intento). Come, guardando gli sforzi recitativi della graziosa Rachel Taylor, non possono non tornare in mente altre figure femminili ben più ispirate, dalla tosta (e scorretta) Carrie Mathison-Claire Danes di Homeland al dolente detective Linden (Mireille Enos) di The Killing, passando per l’indimenticabile Gillian Anderson di The X-Files, in Crisis relegata al ruolo della enigmatica donna in carriera con segreti nel privato e sul lavoro. Lei sì che fa in fondo il suo lavoro, con i suoi sguardi algidi e il sorriso mai esplicito non sai mai cosa stia realmente  pensando. Non potremo ammirarla in una seconda stagione di Crisis (la NBC ha già annunciato la cancellazione della serie dopo una sola stagione), potremo però consolarci con la seconda stagione di The Fall, la serie britannica ambientata nel Nord dell’Irlanda, dove Gillian interpreta con piglio e rigore la sovrintendente della Polizia Metropolitana Stella Gibson.

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