Hercules – Il guerriero (Brett Ratner, 2014)

Hercules a comando di una squadra di guerrieri esperti di marketing.

La parola marketing nel nuovo millennio è sulla bocca di tutti, basta conoscere più di dieci persone per dirsi esperti in una materia altrimenti da considerarsi complicata. Non stupisce dunque che la presenza del campo pubblicitario invada i media audiovisivi, al punto da tirarne fuori una delle serie di maggior successo attualmente in onda, Mad Men, sorprende invece che a sfruttarlo in maniera (anche simpatica) al cinema è un peplum vagamente ispirato alla leggendaria figura dell’’eroe greco Eracle, poi diventato Ercole e infine Hercules perché in inglese è più mainstream.

La leggenda di Ercole

A vestire le pelli del Leone di Nemea è Dwayne Johnson, mercenario al servizio del denaro sonante insieme alla sua cricca di compagni con cui si batte e diffonde la propria leggenda per spaventare i nemici e aumentare il raggio d’azione del suo brand.

Per farlo usa un aedo, suo nipote Iolao (Reece Ritchie), mentre il veggente Anfiarao (Ian McShane) sferza colpi con la sua lancia, i coltelli di Autolico (Rufus Sewell) sfrecciano nell’ria, le frecce di Atalanta (Ingrid Bolsø Berdal) infilzano il nemico e le asce di Tideo (Aksel Hennie) trucidano chiunque si pari innanzi.

Un giorno come tanti, tra sogni discussi e pasti pantagruelici, Hercules e i suoi saranno chiamati in Tracia per aiutare Re Cotys (John Hurt) e sua figlia Ergenia (Rebecca Ferguson) a sconfiggere il temibile Reso e il suo esercito di centauri e uomini soggiogati da poteri oscuri. La leggenda di Hercules diventa realtà, insomma.

Dirige l’a compagnia Brett Ratner, una volta tanto riuscito a raggiungere l’’incredibile punteggio della sufficienza. Nel caso di Hercules  – Il guerriero non è detto che sia un male un punteggio simile. Si poteva fare di più?

Sempre, ma già di per sé l’’idea di raccontare la leggenda delle dodici fatiche di Ercole come un’’esagerazione tramandata di bocca in bocca per creare l’’ideale necessario di un eroe è abbastanza intelligente, furba, quanto basta a tenere lo spettatore sulle spine e a costringerlo a chiedersi quanta verità c’’è nelle storie.

Prevedere il divertimento

La voce narrante di McShane, l’uomo che ha predetto la sua morte, ci ricorda che, nell’’universo copiato dal graphic-novel di Steve Moore senza permesso, gli Dei esistono e nonostante tutto quelle storie potrebbero essere vere.

Materiale per un eventuale sequel da non disdegnare, Dwayne Johnson, il secondo attore più pagato dopo Robert Downey Jr. (52m contro 75m di dollari), in fin dei conti è sempre garanzia. La sua presenza è sinonimo di divertimento.

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Ridicolmente spontaneo

La serietà entra in gioco solo con la morale a lui tanto cara (tranne in opere d’’autore come il meraviglioso Southland Tales), ma prima di questa c’’è sempre e solo una cosa: una clava da spaccare in testa a qualcuno in scene d’’azione di grande impatto.

Sono novanta minuti di bastonate, coltellate, tradimenti previsti e ritorni telefonati, segreti rievocati in malo modo e personaggi dalla parrucca orribile (sul serio, Joseph Fiennes biondo è disumano) in uno scontro continuo. Ma il ridicolo si batte in una guerra impari con il volontariamente ridicolo.

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Hercules può vantarsi di essere al pari con i tanti peplum della tradizione anche italiana, distanti dalla vera leggenda e con il solo scopo di sfoggiare muscoli enormi e qualche angolo femminile proibito (la Berdal fa capriole al solo scopo di spingere tutti a guardarle sotto la miserrima gonna concessale) per rispettare la misogina tradizione appartenente al genere. Ma altro non ci si aspettava, altro è difficile da chiedere e in fin dei conti ci sta bene così: un nuovo film veicolato dai trentadue denti e dai mega-pettorali di Dwayne Johnson da vedere solo per ricaricarsi.

 

Fausto Vernazzani

Voto: 3/5

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