Mad Men: La fine di un'era

Il capolavoro seriale di un’epoca si conclude con l’apertura di un nuovo mondo.

American Movie Classics, la AMC si è distinta nella nuova era della televisione del terzo millennio. La amiamo tutti, ne andiamo fieri quando sfoggiamo le nostre magliette a tema Breaking Bad. Ha sfondato ogni barriera attirandosi contro colossi come HBO e ABC, dal nulla un canale dedito al cinema classico e d’’autore ha fatto apparire una gallina dalle uova d’’oro, prendendo un maestro, Matthew Weiner, tra le fila del nemico (firmò I Soprano per la HBO) e spingendolo a scrivere un secondo capolavoro: Mad Men, iniziato nel lontano 2007.

Fu quella la prima serie della AMC che oggi conosciamo per Breaking Bad, e il suo spin-off Better Call Saul, e The Walking Dead, una delle più grandi hit della televisione contemporanea. Immaginate quel lontano giorno, Lost non era ancora finita e Sheldon Cooper stava per bussare alla porta di Penny per la prima volta in The Big Bang Theory, tanti ricordi, nostalgia, la materia di cui Mad Men è composto, una serie di immagini dal passato, la storia degli Stati Uniti d’’America vissuta attraverso ciò che più rappresenta l’’uomo di oggi: noi siamo ciò che consumiamo.

La nostalgia. È delicata, ma potente.
Don Draper

Madison Avenue, New York City, 1960. Manca poco alle elezioni presidenziali che vedranno Richard Nixon contro John Fitzgerald Kennedy e da poco il Reader’s Digest ha mandato nel caos le multinazionali del tabacco. Come vendere un prodotto ormai ufficialmente indicato come causa del cancro di milioni di persone? Entra in gioco Don Draper, il nostro protagonista, Direttore Creativo della Sterling & Cooper di Madison Avenue, agenzia pubblicitaria fondata da Roger Sterling e Bert Cooper, astro nascente del mondo dell’advertising.

Vendere anche l’’invendibile è compito di ogni agenzia pubblicitaria, non importa quale sia il prodotto, purché il cliente paghi regolarmente l’’agenzia ogni spesa e Don Draper è uno dei migliori uomini sul campo, una leggenda in divenire, temuto dagli avversari e rispettato dai colleghi e sottoposti quasi fosse una creatura mitologica. Ed è questa la sua vera natura, un uomo con un passato lasciato a marcire sotto al letto, chiamato un tempo Dick Whitman, fin quando la vita e la morte insieme non gli presentarono l’occasione di cambiare per sempre.

Don Draper e Dick Whitman vivono mano nella mano odiandosi a vicenda, rappresentando la doppia personalità degli Stati Uniti dell’American Dream tanto agognato e, appunto, venduto in quegli anni, prossimo alla sua fine con il sopraggiungere degli anni Settanta e la devastante guerra del Vietnam. Ipocrisia, falsità, il mondo degli USA del ventennio ’60’ –- ’70’ è deprecabile: gli afro-americani erano in lotta per i diritti civili, le donne erano ancora considerate una versione inferiore degli uomini e la diffidenza verso il prossimo era forte come non mai.

Uno sguardo lucido sul passato volto a mettere in ridicolo le generazioni passate, gli uomini che hanno assistito alle marce della pace e all’assassinio di Kennedy e di Martin Luther King, al terrore della Baia dei Porci. Istanti drammatici misti ai vizi e follie dei Mad Men di Weiner, un contorno narrativo per la tragedia di Don Draper, in caduta libera come nelle immagini animate della sigla iniziale, con colonna sonora di David Carbonara. Draper al contrario dei suoi coinquilini di schermo è irrequieto, un vigliacco, un uomo le cui sorprese non sono mai buone.

Così Mad Men lo ha visto nascere e lo ha sviluppato, mettendolo di fronte al divorzio con la moglie Betty e a far di sé un pessimo padre per i suoi tre figli, a giudicare gli atti irresponsabili di Pete Campbell, a bere fianco a fianco col bambinone Roger Sterling, a rispettare e lottare con la procace e abile Joan River, a nutrire la talentuosa Peggy Olson. Ognuno di essi si è evoluto, è maturato mentre Draper soffriva sempre più, auto-distruggendosi. Forse proprio questo materiale di contorno alla fine era il verso protagonista e non il Draper di Jon Hamm.

Lo abbiamo visto nel finale: in un ritiro spirituale un uomo racconta la propria vita, le sue emozioni quotidiane, le stesse di Draper che non riesce a comunicare più alcunché se non la sua infinita tristezza, ed è lì, in quel momento, con le parole di una persona qualunque che ritrova finalmente la pace. Draper è lo specchio, è l’’emozione degli uomini materializzatasi in forma fisica, una figura immaginaria che accontenta le persone con lo slogan giusto, le distrugge compiendo l’opposto di quanto ci si attenda. Sparisce, quando più sarebbe richiesto.

E ritorna, spirito del malcontento, per farsi raccontare dagli altri quanto accade, spiazzato dalla gioia di Ken Cosgrove, senza più un occhio e un lavoro (esilaranti le sue avventure alla Chevrolet), eppure contentissimo per la sua nuova carriera di scrittore di fantascienza. Come con Ken anche con altri, vicini e lontani, invisibili, uniti da chiamate interstatali e contatti fugaci con se stessi e il prossimo. Mad Men coinvolge tutti i sensi meno il più rappresentato di tutti quando la voce collega mondi distanti, il tatto: mani e corpi aggrovigliati, bicchieri e sigarette portati alle labbra ossessivamente.

Matthew Weiner con Mad Men ha raccontato e chiuso un’’era nella storia degli Stati Uniti e c’’è riuscito grazie a registi di grande talento come Alan Taylor e Phil Abraham, ma soprattutto con chi ha dato un volto ai suoi personaggi: Jon Hamm, tra i migliori attori mai circolati nel mondo del piccolo schermo, John Slattery e i suoi occhi vispi, Christina Hendricks, l’’immagine perfetta delle condizioni della donna dell’’epoca, Vincent Kartheiser, impettito e perfettamente insopportabile in ogni episodio, Elisabeth Moss, l’’ambizione pura.

Sono tanti altri gli attori che hanno condiviso l’’avventura Mad Men in questi otto anni, tantissimi co-protagonisti importanti come i principali, ma citarli tutti vorrebbe dire rimanere qui a scrivere in eterno. Basti dire quanto sia impossibile trovare una pecca nel cast, nella colonna sonora, nella storia stessa. Mad Men è più di una serie su un gruppo di persone in un ufficio particolare, è la Storia con la S maiuscola, è la bandiera a stelle e strisce e tutto ciò che c’’è dietro a livello umano. Ora che gli anni Ottanta sono stati citati in quest’’ultimo episodio, non resta che dire addio a Don Draper, offrire una Coca Cola al nostro vicino e prepararci al 31 Maggio: Halt and Catch Fire inizia sulla AMC con la sua seconda stagione, ambientato negli anni Ottanta all’’epoca della nascita delle multinazionali dell’’informatica.

La prima stagione fu splendida, confidiamo nella seconda e nella AMC.
Ora chiudiamo con l’addio a Bert Cooper, una delle scene migliori in assoluto.

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