Uomini sulla Luna (Irving Pichel, 1950)

Uomini sulla Luna: un concetto semplice.

Il 20 Luglio del 1969 alle ore 20:17 orario di Greenwich, l’Apollo 11 atterrò sulla Luna e Neil Armstrong posò piede sul nostro satellite, primo uomo ad aver raggiunto un corpo celeste diverso dalla Terra.

Ancora oggi la teoria del complotto sopravvive, ritenendo Stanley Kubrick autore del video, perché se proprio bisogna produrre un falso, che sia almeno d’autore. Altri invece si chiedono quale sia lo scopo di un simile sforzo, abbiamo la Terra ed è quanto basta.

Un simile argomento lo affrontammo sotto un determinato punto di vista già parlando della relazione tra Carl Sagan e Christopher Nolan per il suo futuro Interstellar o potremmo allargarci e citare il Capitano Kirk nell’inizio di Star Trek V: The Final Frontier, quando Spock gli chiede perché stia scalando la montagna e lui risponde: «Perché è lì».

La verità è che al di là delle mille possibili ragioni scientifiche la prominente era il controllo dello spazio per motivi bellici, una dimostrazione di potere ed una corsa all’armamento giocata tra gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica, ognuno con i relativi satelliti politici.

Furono i sovietici a mandare il primo uomo nello spazio, Yuri Gagarin, ma gli USA ad atterrare sulla Luna e a piantare la bandiera a stelle e strisce sull’arido suolo lunare.

Il cinema di fantascienza postbellico sfruttò in ogni modo possibile le scintille scatenate dalla Guerra Fredda, il riferimento ai russi non era neanche velato, poco ci mancava che venissero fatti nomi e cognomi: una sincerità che nel 1950 arrivò a produrre una pietra miliare del genere, la seconda, ma prima per produzione, sotto gli occhi di George Pal, avventura spaziale cinematografica, dal titolo evocativo, Destination Moon (in italiano fu reso poi come Uomini sulla Luna).

Siamo alla fine degli anni Quaranta, il Generale Thayer (Tom Powers) e l’ingegnere aerospaziale Dr. Charles Cargraves (Warner Anderson) comprendono che lo Stato da solo non può più riuscire a sostenere le spese della corsa allo spazio: i privati devono entrare in gioco.

Un inno al capitalismo sin dai primi minuti, con l’industriale e protagonista Jim Barnes (John Archer) coinvolto nei piani di Thayer e Cargraves senza alcuna promessa di guadagno, convinto solleticandogli l’Io patriottico.

Per gli Stati Uniti d’America, la loro gloria e la libertà minacciata dal Pericolo Rosso, Barnes organizza un meeting tra grandi capitali e riesce a portare a termine una missione ritenuta fino ad allora impossibile: costruire un razzo per portare quattro uomini sulla Luna prima che i Russi riescano nell’impresa e trovino un modo per operare dall’alto contro gli USA.

Le peripezie dell’equipaggio da quel momento non faranno che sottolineare il coraggio del popolo statunitense.

Alla base del film lo scrittore Robert A. Heinlein, la cui influenza nel cinema di fantascienza è pari alla forza di Philip K. Dick, due racconti scritti da lui fecero da fondamenta alla sceneggiatura scritta da James O’HanlonRip Van Ronkel e tutto doveva essere il più accurato possibile sotto un profilo scientifico.

Razzi sulla Luna non se ne sono mai visti nella realtà, ma per quanto errata fosse la teoria, l’opera diretta da Irving Pichel riesce ad essere apprezzabile anche sotto quell’aspetto, un fallimento gradevole se visto a posteriori, uno spettacolo se dalla testa cancelliamo tutto ciò che sappiamo delle spedizioni Apollo curate dalla NASA.

Il lato emotivo di Uomini sulla Luna rappresenta l’area di maggior successo, riuscendo per l’intera durata a coinvolgere e parlare allo spettatore con una semplicità adesso quasi impossibile da concepire. Basta pensare agli assurdi e vaghi intellettualismi di Transcendence di Pfister che messi a paragone con l’allegria del video esplicativo di Picchiarello fanno una gran brutta figura.

Oggi sono passati 45 anni e un giorno dall’atterraggio sulla Luna, 64 dall’uscita nelle sale di Uomini sulla Luna e in entrambi i casi non è invecchiata di un giorno la fascinazione causata da entrambi i video, dando sempre per scontata la veridicità del primo.

Nel film di Pichel più di tutto ha funzionato la sua immaginazione e voglia di dare un corpo a tutto ciò che potrebbe ruotare intorno a una missione simile, l’entusiasmo per la scoperta, anche se nascosta dietro un motivo deprecabile come la supremazia bellica, e il desiderio di superare i limiti. Perché sono lì.

Fausto Vernazzani

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