L'arte di danzare sul precipizio: i 100 anni di Charlot

100 anni di Charlot, il vagabondo immortale.

C’è una scena in Tempi Moderni (Modern Times), uno dei testi chiave della storia culturale, passata in sordina rispetto alla ben più rappresentativa immagine che ritraeva Charlot a ridersela di gusto fra gli ingranaggi della fabbrica: un vero e proprio numero di pattinaggio, dove il vagabondo sognatore col baffetto e la bombetta si lascia prendere dall’adrenalina di una momentanea spinta utopistica e viaggia su rotelle a velocità vertiginose… sfiorando il baratro di pochi centimetri.

L’ambientazione – neanche quella casuale, a ben pensarci – è posta sullo stesso piano dello stabilimento industriale: un centro commerciale in costruzione, immortalato durante l’orario di chiusura, nell’immobilità e nel vuoto della notte.

Charlot on skates

Un sorriso centenario

Quel vagabondo dalle scarpe troppo grandi e il sorriso sempre pronto, anche e soprattutto in circostanze tragiche – come del resto recita la canzone da lui scritta nella vita oltre lo schermo, Smile, che è pure il main theme musicale di Tempi moderni; quel vagabondo ha compiuto 100 anni il  7 febbraio 2014.

Nasceva infatti in quella data nell’ormai lontanissimo 1914, coniato dal suo creatore e interprete Charlie Chaplin, che gli dava corpo per la prima volta nella comica Charlot si distingue (Keystone Kid Auto Races at Venice) sotto l’egida della Keystone Film Company.

Per un personaggio del genere è normale, se non un obbligo, che ovunque piovano omaggi di qualsiasi tipo, dal post alla rassegna, dalla galleria fotografica alla riedizione.

Fra gli altri è da ricordare Il Cinema Ritrovato di Bologna, che fin da febbraio si è occupato di riproporre i film del cineasta e attore londinese riportando nelle sale la versione restaurata de La febbre dell’oro (The Gold Rush, 1925) e di altri cinque film, e in più dedicando alla sua figura un’intera sezione del festival (ancora in corso) dal titolo Cento anni fa – Intorno al 1914.

La poesia che si fa carne

Anche nell’ultima pellicola citata, la straordinaria abilità fisica di Chaplin/Charlot, unita alla sua incredibile precisione da regista – che sovente sfociava in puntiglio maniacale – si trasforma in caratteristica, tratto poetico distintivo fattosi carne.

Il vagabondo lotta contro la fame – nella leggendaria scena della scarpa e del compagno di stanza che assume le sembianze di un pollo – e le altre avversità che la vita gli impone, e a quel vento, che scuote il suo rifugio di legno fino a ribaltarlo, s’oppone fisicamente con acrobazie la cui stupefacente naturalezza è frutto di uno studio millimetrico, di un equilibrio di forze che regge sulla base di un montaliano “fil di lama”.

Proprio come sul bordo del piano in costruzione del negozio di Tempi moderni, l’uomo con la bombetta viaggia con una disperata incoscienza, realizza una spontanea e rassegnata “arte di arrangiarsi” grazie a tutto ciò che ha: se stesso, il suo corpo e i suoi vestiti troppo grandi, ai quali però la sorte lo costringe ad abituarsi.

Di questo disadattamento di fondo l’omino chapliniano fa il talento di una vita, la sua personale danza con la realtà.

Charlot funambolo

Ridere del terrore 

Tramite Charlot il grande Chaplin trova la via per dare una sagoma concreta a ciò di cui è convinto: che “la vita è meravigliosa se non se ne ha paura”, come fa dire al suo Calvero nel più maturo Luci della ribalta (Limelight, 1952), dove le movenze funamboliche e le gag tipicamente slapstick hanno ceduto il passo, dopo il consolidarsi nel tempo del sonoro, a un incessante e pregnante flusso di parole.

Charlot «non poteva parlare» e fu proprio per via del sonoro che fu costretto a «darsela a gambe», ma nel nostro immaginario resta lui, l’inserviente de Il circo (The Circus, 1928) preso dal panico mentre prova a destreggiarsi con la corda da funambolo, sfidante del vuoto, amico di quel coraggio vero che non teme di denudare il terrore più profondo. E di renderlo ridicolo.

Uomo aggrappato alle assi di legno di una baracca pendente sul precipizio, pattinatore a pochi passi dal baratro, acrobata improvvisato, cameriere danzante, operaio saltellante e pugile destinato alla sconfitta, Charlot è il simbolo di quel vivere le cose terrene – i dolori, i malumori, le difficoltà – ballandoci insieme dall’alto delle nuvole.

È la “ponderata leggerezza” che Italo Calvino suggeriva nelle sue lettere ad Anna Maria Ortese e attraverso la saggia e melanconica ironia dei suoi libri. Chaplin ha scelto un corpo per dire e fare la stessa cosa.

Francesca Fichera

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