10 ideali Presidenti della Giuria di Venezia

di Fausto Vernazzani.

La Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia ha annunciato il Presidente della Giura Internazionale: Alexandre Desplat. Sull’internet movie database sono riportati la bellezza di 153 film in cui avrebbe collaborato come compositore, ma la sua carriera ha preso il decollo solo dopo vent’anni dal suo inizio con una rapida scalata che ora si mostra in un addensamento degli ingaggi in questi ultimi anni. Solo nel 2011 ha composto le musiche per 10 film, nel 2012 per 9, nel 2014 soltanto 6, ma è ancora in corso d’aggiornamento. Sei candidature all’Oscar lo hanno innalzato all’olimpo dei migliori della sua generazione, ma il prestigio è ancora lontano da poterci permettere di considerarlo uno dei maggiori.

Alexandre Desplat

Il Direttore Artistico della Mostra Alberto Barbera ha però voluto sorprendere gli affezionati al Lido. Non più un regista, sceneggiatore o produttore, adesso era il momento di cambiare, uno dei verbi preferiti in Casa Italia, ma solo per il suono e non per il significato. L’anno scorso fu la volta di un documentario vincitore, risultato “venduto” come una rivoluzione anche se già a Cannes Fahrenheit 9/11 vinse la Palma d’Oro nel 2004 con un film che coinvolgeva tutto il mondo e non solo il Grande Raccordo Anulare di cui tutti si sono già dimenticati. Diamine, Rosi non ha neanche vinto il David di Donatello (preso dall’emergente Roberto Minervini). Eppure, per qualche ragione, si è sentita la necessità di innovare, di aprirsi a nuovi orizzonti per riscattare il secondo festival cinematografico più antico al mondo.

Il cinema è l’unione di decine, a volte centinaia, di maestranze artistiche e/o tecniche ed è giusto dare spazio anche a loro. Per tanti anni il Lido è stato nelle mani di politici, critici e scrittori, poi di registi, sceneggiatori, attori. Al cambiamento però dovrebbe sempre corrispondere un fattore importante, in particolare in quest’anno in cui l’ormai potente Toronto International Film Festival avvierà la sua kermesse nei due giorni finali di Venezia: questo elemento è il prestigio che accompagna il nome. Ad Alexandre Desplat manca proprio questo, la levatura che dovrebbe spingere un autore a sentirsi onorato di essere premiato da un Presidente importante, non per forza con una lunghissima carriera, ma che abbia almeno un valore artistico di rilievo. Ed eccoci quindi qui a proporre 10 ideali Presidenti della Giuria, nomi di prestigio di quattro diverse categorie.

Ennio Morricone. Un festival cerca sempre di vendere le proposte del proprio territorio e perché dunque non affidarsi ad uno dei più bravi compositori che la storia del cinema abbia mai visto? Ennio Morricone ha tutto: un curriculum stratosferico, un talento imparagonabile ed un prestigio internazionale che forse non ha pari nel suo mestiere. Le sue musiche sono conosciute in tutto il mondo, sia quelle realizzate per gli italiani che per registi all’estero. . Curioso che non sia stato la prima scelta.

John Williams. Lui di nomination all’Oscar ne ha avute la bellezza di 31, ne ha anche vinti 5 ed è riconosciuto come il compositore più famoso del mondo. Non è bravo come altri suoi colleghi, ma molte opere per cui ha collaborato hanno raggiunto l’immortalità proprio grazie alle sue musiche. Volendo deviare verso una scelta popolare, Williams sarebbe stato la persona perfetta, conosciuto anche ai meno esperti ed ascoltato e fischiettato anche da chi non ha neanche idea di che cosa sia un compositore.

Philip Glass. Poco conosciuto nell’ambito cinematografico, s è un’artista della musica sia per la macchina da presa che per le orchestre teatrali e spettacoli di vario genere. Scegliere Glass avrebbe significato non solo una virata verso un altro modo di vedere al cinema, ma anche di percepirlo sotto nuovi aspetti. Una scelta di classe all’insegna dell’arte e non solo dell’intrattenimento con l’autore di colonne sonore come The Truman Show e la bellissima trilogia Qatsi di Godfrey Reggio. Un sogno più che una realtà.

Thelma Schoonmaker. Lei e Martin Scorsese sono insieme dagli albori, il regista italo-americano non può che affidarsi alla sua amica e collaboratrice per il montaggio dei suoi (capo)lavori. Assurdo che mai un montatore sia stato considerato per essere presidente nonostante l’ambito sia riconosciuto come la vera grammatica della Settima Arte. La Schoonmaker ha provato per tanti anni di essere una delle migliori nel campo e il suo talento oltre alla sua simpatia sono conosciute in tutto il mondo, tra masterclass e celebrazioni della sua opera.

Walter Murch. Più di un semplice montatore, l’autore del montaggio de Il paziente inglese, da cui scaturì un bellissimo libro intervista, Murch è una creatura mistica che vede e guarda, sente e ascolta allo stesso tempo per dare al girato il look necessario, neanche quello giusto, ai film capitatigli per le mani. La sua persona fisica è con costanza accompagnata da un’aura magica che permette di capire come grazie ad uomini e donne come lui il cinema riesca ad andare avanti senza essere un pastrocchio di immagini in sequenza una dietro l’altra.

Vilmos Zsigmond. Il regista chi sarebbe senza il suo direttore della fotografia? Se ne occupano loro della composizione delle inquadrature e delle luci che ne stabiliranno il tono. Erroneamente indicati come “semplici” tecnici, sono dei factotum a cui si deve l’effettiva realizzazione del film. Zsigmond ha lavorato per innumerevoli cult negli anni Settanta ed è ancora oggi attivo, anche per la televisione, ma è proprio a lui che dobbiamo la bellezza de I cancelli del cielo di Cimino o de I compari di Robert Altman. Un colosso vivente.

Roger Deakins. Lui e i fratelli Coen hanno disegnato il sarcasmo. Al momento uno dei nomi più importanti nel mondo dei cinematographer, definizione più accurata dell’italiana “direttori della fotografia”, messosi in vetrina con le bellissime luci dell’enorme successo Skyfall, ma sono film più intimi come A Serious ManL’assassinio di Jesse James ad averlo reso un gigante agli occhi di tutti. Conosciuto anche da noi non appassionati, sarebbe una scelta abbastanza importante e di sicuro il segno di una volontà di migliorarsi.

Vittorio Storaro. Come per Morricone, perché non scegliere un Maestro di casa nostra? Storaro ha una carriera più corta di tanti altri, ma da chi ha dato (al)la luce un capolavoro come Apocalypse Now può permettersi di prendere tutto il tempo che vuole per lavorare. Un’artista vero e non un tecnico, lo “scrittore di luce” (come lui preferirebbe essere chiamato, seguendo appunto il nome inglese della categoria) sarebbe amato e apprezzato da chiunque si troverebbe sotto il suo giudizio.

Gary Rydstrom. Il cinema è prima di tutto immagine, ma da 90 anni è insieme al suono e perché dunque ignorarlo? Rydstrom è un’istituzione nell’universo audio della Settima Arte, nell’arco della sua carriera ha coperto ogni ruolo possibile o immaginabile, purché avesse a che fare con il suono. Sette volte premio Oscar, è stato sound-designer per la Pixar e per svariati film di Steven Spielberg, saprebbe riconoscere un suono ricreato in studio da uno reale a chilometri di distanza e come Presidente sarebbe probabilmente molto pignolo. Il prestigio c’è.

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