La schivata - CineFatti

La schivata (Abdellatif Kechiche, 2003)

La schivata: storia di un’integrazione (forse) impossibile.

Giovanni Verga è stato uno di quei personaggi della storia (delle arti, dell’uomo) che ha personificato un punto di svolta, l’adozione di una nuova forma di linguaggio esprimente una prospettiva inedita. Non deve pertanto stupire che ci si trovi spesso a far riferimento al suo modo di rappresentare il mondo per individuare i tratti salienti di una nascente personalità artistica. E la (allora nascente) personalità in questione altri non è che Abdellatif Kechiche, ai giorni nostri noto soprattutto per la Palma d’Oro de La vita di Adele ma, all’incirca una decina d’anni or sono, praticamente agli albori della sua carriera.

La schivata è il secondo lungometraggio da lui diretto (prima c’è Tutta colpa di Voltaire) ed è un film che non solo ha solidi ma consolida gli elementi peculiari di tutta la filmografia del regista francotunisino – o della sua poetica, per usare un termine più alto. Del resto è cosa certa che nei cinque lavori di Kechiche ricorrano diversi luoghi letterari, a cominciare dalle difficoltà di integrazione etnica – qui messa e ripresa nella cornice di una Francia periferica e sboccata – fino a quelle della nascita – e del mantenimento, specialmente di quello – di un amore.

Anche qui galeotto fu il libro, che fa sbocciare un’immatura passione fra Krimo (Osman Elkharraz) figlio irrequieto di madre sola e papà carcerato e Lydia (Sara Forestier, César a Miglior Esordio Femminile) adolescente insolente ed egocentrica con il pallino della recitazione. Non per niente è lei la protagonista dello spettacolo che andrà in scena a fine anno, la Silvia del libro di Marivaux, ossia Le jeu de l’amour et du hazard. Amici e amiche stanno a guardare (non senza una punta d’invidia). È un teatrino nel teatrino durante il quale Krimo compie il folle tentativo in nome del suo cuore: trasformarsi in Arlecchino innamorato. La verità però è già scritta fra le righe – e se non la si vuol sentire c’è sempre l’insegnante che leva ogni dubbio pronunciandola ad alta voce.

Ancora privo dell’ossessione per il cibo e per la messinscena dei sensi, Kechiche cura una rappresentazione strutturalmente costituita dalle parole: parole come contrassegno sociale, modo di esprimersi identificatore di uno status/verità che, pur volando via dalle labbra, si stampa in eterno nell’aria e da cui è impossibile sfuggire.

La schivata si mostra all’apparenza placido nel delineare questo principio, un fiume di dialoghi dal gorgoglio dialettale aspro e incessante a cui nonostante tutto l’orecchio si abitua presto. In realtà però porta in sé la cifra dell’ineluttabilità, drammatica e sentita, dipinta da Verga all’ombra del nespolo (I Malavoglia) o fra le pietre insanguinate di Rosso Malpelo: non si schiva perché si vuole ma perché si deve; o meglio perché s’impara a volerlo.

Questo Kechiche lo riprende nel suo lento e petulante dipanarsi, quasi mai fermo (grazie alla camera a spalla) e con uno sguardo che si divide fra l’intimità dei primi piani e dei dettagli – non insistita, come in Cous cous, ma ‘giusta’ – e l’equilibrio dei totali. Anche qui non è facile arrivare in fondo, l’essenza del racconto sembra affogata dall’eccesso verbale e dai fronzoli di una quotidianità esacerbata; eppure al suo interno soffia un’aria diversa, pregna di una sincerità rara e di una luce – quella di Lubomir Bakchev – che rievoca i pomeriggi senza giustificazione della giovinezza. Quando i problemi erano già grandi, solo che non lo sapevamo.

Francesca Fichera

 

 

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