Cous cous (Abdellatif Kechiche, 2007)

di Francesca Fichera.

Prima de La vita di Adele, Abdellatif Kechiche è anche Cous cous. Fluviale, realistico e morboso come il trionfo cannense, ma in termini diversi. Profondamente diversi. D’altronde, già guardare La vita di Adele sarebbe sufficiente a individuare in Kechiche i tratti di un Ferzan Ozpetek francese: il che nel caso di Adele gioca straordinariamente a favore, mentre in quello di Cous Cous, purtroppo, no.

Ma perché Ozpetek? Perché, al pari che nella sua cinematografia, Kechiche insiste a mettere sotto la lente dinamiche e ipocrisie della famiglia inserita in un più ampio contesto sociale di pressione e disagio. Punto d’osservazione privilegiato è il desco, la tavola, la dimensione comunitaria della famiglia che si dispiega attorno al luogo fisico del tavolo da pranzo, esplicando la complessità dei propri rapporti interni mediante la relazione con il cibo: allegra, edonistica, diametralmente opposta a ciò che vive dentro. Cous cous, del resto, “è l’amore”: è il piatto centrale, atteso e delizioso, intorno a cui ruota il pasto principale, e quindi il principale momento di confronto fra i protagonisti della storia, prima nell’ambiente domestico (privato) e poi in quello (pubblico) del ristorante nel quale il sessantenne Beiji trasforma l’imbarcazione che sta ristrutturando.

Per raccontarla, Kechiche sceglie una regia sporca, fatta di inquadrature traballanti e dalla lunga durata votate a un realismo a dir poco estenuante. Guardare Cous cous è come tenere aperta una finestra su le vite degli altri e lasciarle scorrere: dopo qualche tempo – più o meno i primi tre quarti d’ora del film – l’assenza di cambiamenti, di scatti, di ‘switch’, fa sì che l’attenzione ceda insieme con l’organo della visione, e che soltanto le orecchie rimangano veramente vigili. Anziché concentrarsi sulla composizione dell’immagine – se non sugli elementi che possano sveltire la narrazione – Kechiche preferisce spostare (per poi bloccare) ripetutamente lo sguardo su primi piani e dettagli morbosamente sensuali; si avvicina con insistenza noiosa a chi mastica, all’atto del mangiare. L’assoluta casualità delle inquadrature diventa, a lungo andare, tediosa e priva di senso: una quotidianità  così rappresentata, con uno stile il cui disordine muta nel suo esatto opposto, è fra le cose più inspiegabili del mondo.

Cous Cous 2

Ma la cosa più tremenda è il chiacchiericcio continuo che caratterizza Cous cous, e che nel tentativo – pur apprezzabilissimo – di raccontare minuziosamente “l’eloquenza della borghesia bianca” (Morandini) e la sua contrapposizione rispetto al dolore silenzioso di chi vive ai margini della società, come l’anziano ristoratore Beiji e la sua famiglia ‘mista’ di immigrati sposatisi in Francia; nel tentativo di sottolineare a chi è data la parola e a chi no, e l’ingiustizia che ne consegue, finisce col dare ai nervi (specialmente col doppiaggio italiano, in tale frangente approssimativo ai limiti della decenza, nda). Questo lungometraggio di Kechiche e la sua coralità presumibilmente magica fa rimpiangere la semplicità lirica di Nadine Labaki (Caramel) e la leggerezza pregnante di Fatih Akin (Soul Kitchen), prove – fra le tante – che esistono maniere migliori di rappresentare l’emarginazione etnica e di genere. A riscattare parzialmente il tutto, in fondo, è soltanto il finale: lì si può dire che ci sia un po’ di quel “neoneorealismo” di cui si vocifera, ma al quale è davvero dura arrivare.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.