Cous cous (Abdellatif Kechiche, 2007)

Chiacchiere e cous cous

Prima de La vita di Adele, Abdellatif Kechiche è anche Cous cous. Fluviale, realistico e morboso come il trionfo cannense, ma in termini diversi. Profondamente diversi.

D’altronde già guardare Vita di Adele sarebbe sufficiente a individuare in Kechiche i tratti di un Ferzan Ozpetek francese: il che nel caso di Adele gioca straordinariamente a favore, mentre in quello di Cous Cous, purtroppo, no.

Paragone azzardato?

Ma perché Ozpetek? Perché, al pari che nella sua cinematografia, Kechiche insiste a mettere sotto la lente dinamiche e ipocrisie della famiglia inserita in un più ampio contesto sociale di pressione e disagio.

Punto d’osservazione privilegiato è il desco, la tavola, la dimensione comunitaria della famiglia che si dispiega attorno al luogo fisico del tavolo da pranzo, esplicando la complessità dei propri rapporti interni mediante la relazione con il cibo: allegra, edonistica, diametralmente opposta a ciò che vive dentro.

Il cibo è cultura, ma anche amore

Cous cous del resto è l’amore: è il piatto centrale, atteso e delizioso, intorno a cui ruota il pasto principale, e quindi il principale momento di confronto fra i protagonisti della storia, prima nell’ambiente domestico (privato) e poi in quello (pubblico) del ristorante nel quale il sessantenne Beiji trasforma l’imbarcazione che sta ristrutturando.

Per raccontarla, Kechiche sceglie una regia sporca, fatta di inquadrature traballanti e dalla lunga durata votate a un realismo a dir poco estenuante.

Guardare Cous cous è come tenere aperta una finestra su le vite degli altri e lasciarle scorrere: dopo qualche tempo – più o meno i primi tre quarti d’ora del film – l’assenza di cambiamenti, di scatti, di switch, fa sì che l’attenzione ceda insieme con l’organo della visione e che soltanto le orecchie rimangano veramente vigili.

Anziché concentrarsi sulla composizione dell’immagine – se non sugli elementi che possano sveltire la narrazione – Kechiche preferisce spostare (per poi bloccare) ripetutamente lo sguardo su primi piani e dettagli morbosamente sensuali; si avvicina con insistenza noiosa a chi mastica, all’atto del mangiare.

Non si parla a bocca piena!

L’assoluta casualità delle inquadrature diventa, a lungo andare, tediosa e priva di senso: una quotidianità  così rappresentata, con uno stile il cui disordine muta nel suo esatto opposto, è fra le cose più inspiegabili del mondo.

Ma la cosa più tremenda è il chiacchiericcio continuo che caratterizza Cous cous, che nel tentativo – pur apprezzabilissimo – di raccontare minuziosamente “l’eloquenza della borghesia bianca” (Morandini) e la sua contrapposizione rispetto al dolore silenzioso di chi vive ai margini della società, come l’anziano ristoratore Beiji e la sua famiglia mista di immigrati sposatisi in Francia.

Nel tentativo di sottolineare a chi è data la parola e a chi no e l’ingiustizia che ne consegue, finisce col dare ai nervi (specialmente col doppiaggio italiano, in tale frangente approssimativo ai limiti della decenza, nda).

Neo-neorealismo

Questo lungometraggio di Kechiche e la sua coralità presumibilmente magica fa rimpiangere la semplicità lirica di Nadine Labaki (Caramel) e la leggerezza pregnante di Fatih Akin (Soul Kitchen) prove – fra le tante – che esistono maniere migliori di rappresentare l’emarginazione etnica e di genere.

A riscattare parzialmente il tutto in fondo è soltanto il finale: lì si può dire che ci sia un po’ di quel neoneorealismo di cui si vocifera, ma al quale è davvero dura arrivare.

Francesca Fichera

Voto: 2/5

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