Quartet (Dustin Hoffman, 2012)

Dustin Hoffman esordisce alla regia con Quartet, un’allegra commedia della terza età – di Francesca Fichera.

“La vecchiaia è un’isola circondata dalla morte”
Juan Montalvo

La Beecham House, gestita dalla procace Lucy Cogan (Sheridan Smith, già birichina in Hysteria), è una casa di riposo per anziani musicisti e cantanti dell’opera: un luogo ridente dove l’arte si riunisce per l’ultimo tratto prima della fine del sentiero. E qui, del resto, a tutto si deve pensare tranne che alla “radura sul fondo” descritta dai poeti. La routine scorre placida, ravvivata dal lato goffo e tenero della senilità o da chi, come il brillante Wilf (Billy Connolly), un colpo ha reso privo di qualsiasi freno inibitore. Tutto questo è il teatrino di Quartet finché non piove al suo interno Maggie Smith.

La sua presenza statuaria veste, questa volta, i panni di Jean Horton, gloriosa cantante lirica dal passato turbolento che getta ombre nella mente e sul volto di Reginald Paget (Tom Courtenay), vecchia conoscenza e collega, ora impegnato ad impartire lezioni di musica a un gruppo di adolescenti anche fin troppo svegli. Nell’inglesissima, verdeggiante cornice della Beecham House, fra dardi di humour very very british e gag divertenti, la presenza della Horton rappresenta una vera e propria nota stonata.

In qualità di esordio alla regia da parte del meraviglioso attore Dustin HoffmanQuartet di sicuro non delude, sebbene il suo punto forte non sia esattamente il racconto cinematografico in quanto tale ma quello verbale, e cioè la pièce teatrale di Ronald Harwood, adattata da lui stesso. I dialoghi incalzano, vibrano e strappano risate, sia sincere che a denti stretti; le situazioni, per quanto non al culmine dell’originalità, si alternano con discrezione, costituendo un’opera che compie fino in fondo il suo dovere di narrare. Al punto da rendere perdonabili, anche se non del tutto, la sciatteria degli stacchi di montaggio – laddove questi ultimi non danno proprio l’idea di una certa frettolosità, specialmente nella parte conclusiva del film – e, d’altro lato, l’eccessiva insistenza di Hoffman a riprendere da vicino visi, espressioni e reazioni dei suoi fantastici attori – fra cui spicca, più che la Smith, una viva, vivida e deliziosa Pauline Collins nel ruolo del secondo elemento femminile del quartetto.

Però intanto Quartet scorre, e scorrendo si sublima, dando forma letterale a ciò che lo caratterizza configurandosi come suo maggiore pregio: la levità. Il film di Hoffman, da alcuni non a torto definito “un inno alla vita”, è un multiforme omaggio: all’arte che arricchisce le esistenze – e a cui, per questo, bisogna essere grati; alla musica, nello specifico, in quanto tipologia artistica non soltanto molto gradita al regista ma a tutti coloro i quali necessitano tanto di estasi quanto di sollievo. E, last but not leastQuartet è una briosa riflessione sul diventare anziani, che trova i suoi abissi nella semplicità e si sveste d’ogni pesantezza con una scrollata di spalle. Perché in fondo importa che, mentre dalla Beecham House entrano (e soprattutto escono) decine di persone che cantavano, suonavano e componevano, le creazioni rimangono: per loro, e per le passioni che le hanno prodotte, il tempo non è condanna ma battesimo, e – davvero – non è mai troppo tardi.

2 pensieri su “Quartet (Dustin Hoffman, 2012)

  1. tom courtenay è uno dei miei attori preferiti. La scuola inglese ci ha dato tanti attori e attrici di un certo peso. Amo poi le commedie malinconiche che parlano di sentimenti e situazioni che viviamo o potremmo vivere

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    1. Esatto, e anche Michael Gambon è straordinario (nella recensione non lo nomino, ma c’è anche lui, ed è bravissimo come sempre)! La scuola inglese lascia un segno indelebile e s’adatta a qualsiasi tempo come tutte le belle creazioni universali :) Il film comunque è molto carino, se non l’hai visto recuperalo, è ideale per un pomeriggio o una sera di relax ma in assenza di banalità :)

      – Fran

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