Gloria - CineFatti

Gloria (Sebastián Lelio, 2013)

La Gloria di Lelio è un efficace ritratto quotidiano d’una donna comune.

Gloria è divorziata, con due figli adulti, un lavoro routinario da anni e ciò nonostante ancora lo spirito di una ragazzina, certo incarnato con matura compostezza e un residuale fascino di donna poiché ancora libera e a suo agio nel proprio corpo ancora mezzo di mirate seduzioni. Frequenta club per single, si sperimenta in mille modi diversi, balla ancora in modo disinvolto e qualche volta riesce a imbroccare un buon partito con i suoi grandi occhiali rossi e una scollatura audace ma non volgare, perché la classe non la possono spalmare le estetiste né infondere i centri benessere, o ce l’hai o non ce l’hai, e Gloria ne ha da vendere nonostante gli acciacchi dell’età e la solitudine dietro l’angolo.

Quando non le gira giusta beve un drink in più o due, torna a casa da sola e al mattino come se niente fosse si sveglia e va in ufficio ascoltando musica latino-americana in macchina, mentre si prepara mentalmente a una nuova serata in libera uscita. È così che conosce Rodolfo/Sergio Hernández, reduce da una operazione per ridurre la massa grassa e darsi a terza giovinezza, e la speranza di un nuovo amore.

Conoscerà invece, e lentamente, la sedimentazione stanca di eccessi, passioni e delusioni aliene alla sua età, umiliata ma senza per questo mai cadere nel ridicolo che la affianca sovente grazie a un nuovo amore per se stessa che non dipende più dalle conferme esterne, ma che la vedrà invece accettare i cambiamenti irrimediabili della vita, quelli dettati dal tempo che passa, infine trionfando con una geniale pazzia minimalista e la danza sfrenata dell’omonimo brano musicale di Umberto Tozzi, del quale una ben calibrata regia confeziona un finale di rara forza a partire da un elemento dal così squallido potenziale estetico.

Il film di Sebastián Lelio (La sagrada familia, El año del tigre), prende le distanze dai più illustri profili femminili del passato cinematografico, e sceglie un registro da commedia sebbene si attacchi alla protagonista come in un dramma, trovando in lei una forza motrice inesauribile (cit. Gabriele Niola). Merito di Paulina García, attrice che ha vinto con la sua interpretazione l’Orso d’Oro di Berlino, capace di dispiegarsi allo spettatore come se questo avesse opportunità di spiarne la vita quotidiana anziché l’ennesima messa in scena cinematografica. Sembra davvero di sedere sul sedile dell’auto di Gloria mentre questa è in macchina, osservarla dall’uscio della porta per la lezione di Yoga, attenderla nella hall dell’albergo, reduce da una nottata folle finendo con l’addormentarsi da sola in spiaggia, che per tante altre donne sarebbe potuta essere l’ultima e per Gloria è invece l’ennesima molla su cui rimbalzare, ancora più conscia della propria capacità elastica e con un rinnovato dinamismo da offrire, prima di tutto a se stessa.

Sullo sfondo le contestazioni studentesche contro la privatizzazione dell’istruzione cilena e un accenno di metafora politica non sviluppato oltre distraggono più che conferire spessore alla vicenda, creando l’equivoco di un film riferibile al contesto sudamericano, mentre la sua forza è nel suo essere una storia semplice e per tutti, il cinema spesso più ostico e talvolta assai indelicato. Ma non è questo il caso: era dai tempi del corale Caramel di Nadine Labaki e del perfetto Happy-Go-Lucky di Mike Leigh che il cinema dedicato alle donne non era capace di ritratti così efficaci nella loro ambientazione quotidiana e senza indulgere nel dramma. Guardatelo, non fosse altro che per scoprire come prende forma una reale catarsi spirituale attraverso l’ascolto di Gloria di Umberto Tozzi.

Luca Buonaguidi

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