Disconnect

Disconnect (Henry Alex Rubin, 2012)

La sorpresa di Disconnect.

Disconnect è un film che potrebbe considerarsi anomalo perché parte molto bene e finisce, almeno dal punto di vista stilistico, in maniera spettacolare.  Qualche problema nasce nel mezzo, dove la sceneggiatura di Andrew Stern presenta non poche falle, a partire dai dialoghi – specialmente quelli in chat – di una pochezza quasi adolescenziale. Al regista Henry Alex Rubin e allo sceneggiatore si può concedere l’attenuante del fatto che entrambi sono alla loro prima seria esperienza cinematografica, anche se Rubin è già un affermato documentarista – candidato all’Oscar con Murderball.

Disconnect ha comunque qualche freccia interessante da scagliare. Le storie raccontate sono quattro. Mike Dixon (Frank Grillo) vedovo ex agente dell’FBI diventa un detective informatico per riuscire a trascorrere più tempo con il figlio Jason (Colin Ford) un ragazzino che, insieme all’amico Frye (Aviad Bernstein) architetta un pesante scherzo su una chat al sensibile e introverso Ben Boyd (Jonah Bobo).

Rich Boyd (Jason Bateman) è un avvocato perennemente impegnato, sempre al telefono anche quando è in famiglia e non si accorge di nulla di ciò che succede ai suoi figli, in particolare a Ben; la giornalista e produttrice televisiva Nina Dunham (Andrea Riseborough) trova in un ragazzo conosciuto in una videochat erotica, Kyle (Max Thieriot), la svolta della sua carriera in quanto gira un documentario sulla vendita del corpo dei minorenni in queste ambienti informatici.

Cindy Hull (Paula Patton) ha perso il figlio, il marito Derek (Alexander Skarsgard) è fuori a El Paso per lavoro e lei sfoga il suo dolore con Fear&Loathing, un uomo con cui chatta costantemente. Accade che tutti i conti delle carte di credito di Derek vengono annullati perché un hacker ha scoperto tutti i dati e le password tramite il loro computer. I due si dirigono da Mike Dixon per scoprire il colpevole.

Inutile dire che tutte e quattro le storie di Disconnect finiranno con l’ intrecciarsi sino ad arrivare allo spettacolare finale, un ralenti quasi alla Von Trier e di pregevole fattura, ma nell’arco dello sviluppo delle storie Rubin pigia molto sul tasto dell’ansia e talvolta della lacrima facile. Come nel caso della storia di Ben Boyd che si capisce sin dal primo fotogramma dove voglia andare a parare, assomigliando a tante altre pellicole e quindi non aggiungendo nulla di nuovo né tanto meno di registicamente originale, una sorta di déjà-vu stucchevole.

Molto ben sviluppato è invece il profilo del detective informatico Mike Dixon, sicuramente il miglior personaggio del film. Il suo rapporto con il figlio Jason è ben descritto e anche la recitazione e la fisicità di Frank Grillo giocano un ruolo molto importante nella riuscita del personaggio. Comunque la migliore storia di Disconnect è quella tra la giornalista Nina Dunham e Kyle, purtroppo sviluppata troppo in fretta e con un finale che potrebbe deludere come esaltare – a seconda dei gusti. La cosa certa è che si poteva osare un po’ di più e proprio attraverso questa linea narrativa.

Come prima prova registica però bisogna fare i complimenti a Rubin che, nonostante la tendenza a voler per forza causare uno shock allo spettatore, riuscendoci su chi non è abituato al genere, riesce a confezionare un prodotto con uno stile ben definito e piacevole, nonostante ancora acerbo e privo di guizzi degni di segnalazione, che culmina, come più volte detto, nell’ottima conclusione. Notevoli anche tutte le interpretazioni e le scenografie di Amanda Carroll e, soprattutto, la colonna sonora di Max Richter.

Per essere un film da otto milioni di dollari pubblicizzato con un trailer raccapricciante, Disconnect può essere considerato una positiva sorpresa, con la speranza che Rubin nel suo prossimo progetto dia ancora di più. Aspettiamo fiduciosi.

See You Soon.

Roberto Manuel Palo

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