A proposito di Davis - CineFatti

A proposito di Davis: la depressione sincera

La nuova Odissea dei Coen parla a proposito di Davis.

L’’apocalittico susseguirsi di eventi nell’apparente lieto fine di A Serious Man ci aveva lasciato un sapore amaro, sciacquato col sentimentalismo aspro e la voce impastata di Jeff Bridges nel capolavoro western, True Grit.

Ben presto i fratelli Joel e Ethan Coen ci hanno riportato alla devastazione del Giobbe biblico, dal cui libro era tratta l’’avventura esistenziale di Larry Gopnik. Il musicista folk di A proposito di Davis è il parente più prossimo del protagonista di A Serious Man.

Giù dal George Washington Bridge

Llewyn (Oscar Isaacs) col suo partner Mike cantava Fare thee well nel loro unico LP, If I Had Wings. Un addio, l’aprirsi e il chiudersi di un grembiule, un gesto di apertura mai colto, un saluto pronunciato al contrario verso qualcuno che non è più con noi.

Mike si è suicidato, gettatosi giù dal George Washington Bridge di New York City, e ora Llewyn, solo per le strade ghiacciate del Greenwich Village anni Settanta, vaga senza cappotto, con una chitarra e il cadavere della speranza, il sogno di fare musica da solista.

Vagabondo in balia di una terra dov’è amato da persone che non ci sono, il partner Mike toltosi la vita senza un motivo leggibile, l’’amore di Jean (Carey Mulligan) volato verso Jim (un comico Justin Timberlake), uomo accecato dalla felicità, incapace di vedere il tradimento della compagna con cui condivide vita e passione.

Soffocare

Il Llewyn di Isaacs piegato dal corso degli eventi cade nel freddo abbraccio della depressione. Il fallimento è una mera conseguenza del caso, al nostro protagonista viene offerta la sola chance di osservare il mondo girare senza spiegazioni.

Cose e persone vivono svuotate di significato, insopportabili all’’orecchio, come il suono di cereali sgranocchiati e latte succhiato rumorosamente, e intollerabili per gli occhi, come un ridicolo quartetto vestito con lo stesso maglione fuori moda.

Fallire piuttosto che aderire è il suo motto interiore e in quei pochi giorni di cui siamo testimoni la vita di Llewyn scivola progressivamente verso il suo principio.

Un primo piano di Llewyn Davis davanti al microfono canta Hang Me, Oh Hang Me di Dave Van Ronk, di cui lui è il simulacro fittizio, una canzone in cui inneggia alla morte piuttosto che al tragico destino di esser costretto a camminare ancora sulla Terra.

Sulla strada

Greenwich Village lo stringe in un loop, un inizio e una conclusione raffinata nello stile dei fratelli Coen. Aggiunge peso e valore sul piatto della bilancia dove siede lo spirito, col fisico che può sopportare il freddo, calci e pugni, ma una mente che non reggerebbe l’’aver investito un gatto, protagonista di una sottotrama che gli ha conferito l’alto onore di portare il nome Ulysses, dei cui viaggi fu già adattamento Fratello, dove sei?.

A proposito di Davis, titolo italiano che perde il riferimento originale all’album Inside Dave Van Ronk, è a tratti un road movie dove si incontrano personaggi in ombra, fantasmi del passato e del futuro nostalgico incantato da speranze defunte, come quel Bob Dylan sotto un cono di luce, sullo stesso palco dove Llewyn si esibì senza però riuscire a scappare dall’inferno di solitudine dov’è irrimediabilmente incastrato.

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Quel calore strisciante

Al primo sguardo siamo colpiti solo dall’interpretazione sofferta di Oscar Isaac, giustamente rimpianto dai tanti giornali che lo sognavano protagonista anche al Kodak Theatre agli Academy. Se non meritava lui di sedere su quelle poltrone, allora chi?

Bisogna però andare oltre le prime sensazioni, A proposito di Davis necessita di tempo. La bellezza è innegabile, con la giusta fermentazione le luci incantevoli di Bruno Delbonnel saranno le prime a emergere nel cuore dello spettatore.

Seguiranno le immagini adesso visibili con le luci (loro sì che agli Oscar ci sono arrivate), il risultato di una sublimazione delle copertine degli album di Van Ronk e altre che fanno il verso allo stesso Dylan, rinvangando il triste futuro mancato di Llewyn.

Infine, incanta proprio questa amarezza, la comicità senza zucchero dei Coen. Arriva dal soldato semplice Troy Nelson e il suo parlare meccanico al ritmo di una sedia a dondolo, alla caricaturale unione del poeta beat (Garrett Hedlund) e del musicista Jazz (John Goodman), fino all’orecchiabile e anacronistica canzone Please Mr. Kennedy.

Il gonfiore della felicità

Please Mr. Kennedy toccando piccole paure popolari stride accanto alla pressione della verità nell’amore di Llewyn. Un successo effimero senza possibilità di sopravvivere oltre quel terribile 22 novembre 1963 che di lì a poco avrebbe cancellato JFK.

È quanto Joel e Ethan Coen evidenziano, Inside Llewyn Davis vive nel passato un futuro tutt’altro che sorridente, vive nella felicità gonfia e pronta a esplodere e svanire di Jim, vive dietro il vento soffiato nell’armonica di Bob Dylan in quel finale.

Sono tanti i film ad aver ritratto la depressione, ma sono i fratelli Coen a dipingerne una immagine sincera, con tutta la crudeltà che la virtù trascina con sé. Eppure non è mai nominata, si è presentata buttandosi giù da un ponte senza proferire parola.

È caduta sulle spalle del nostro Llewyn Davis e guarda il freddo fuori la finestra con l’intensità di Oscar Isaac, aggrappato al calore di Ulysses. È caduta come un mondo intero sulle sue spalle e ora, se vorrà continuare, dovrà farlo come Atlante seduto sulla roccia.

Fausto Vernazzani

Voto: 5/5

2 pensieri su “A proposito di Davis: la depressione sincera

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