True Grit (Joel e Ethan Coen, 2011)

True Grit, un western sentimentale carico d’ironia per i fratelli Coen – di Elio Di Pace

Era un martedì tempestoso. Talmente tempestoso da diventare anche buio.
Quindi: era un martedì buio e tempestoso.
Abbandonati frettolosamente nel lavabo i piatti sporchi del pranzo, mi avviai nella mia Salerno per esperire, con considerevole ritardo, i nuovi fratelli Coen: True Grit, NON remake del film del ’69 di Hathaway (con cui John Wayne vinse il suo unico Oscar), ma nuova trasposizione del romanzo di Charles Portis (1968). Almeno è quanto è stato dichiarato da uno dei due.

Si parla da molto tempo di questo film (leggi: IO parlo da molto tempo di questo film), caso più unico che raro di pellicola candidata a dieci premi Oscar non facente parte della rosa dei favoriti. Diciamo fin da subito che avrebbe potuto meritarla Roger Deakins alla fotografia (avrà altre occasioni, e vincerà) e probabilmente la piccola Hailee Steinfeld, una commovente infante prodigio.

Abbandoniamo la pagina dedicata ai tappeti e parliamo ora di Cinema.
In soldoni, la storia è questa: Mattie Ross vuole vendicare la morte del padre, ucciso da un uomo che lavorava per lui stesso. Il ribaldo, a nome Tom Chaney, scappa in territorio indiano unendosi alla banda di “Lucky” Ned Pepper. La piccola Mattie assolda uno sceriffo (o quel che ne rimane…) che si fa chiamare “il Grinta”, al secolo Reuben “Rooster” Cogburn. I due saranno aiutati, nella caccia all’uomo, da un ranger del Texas, LaBouef, belloccio dal ciuffo ribelle. Dopo assai pericolosi incontri e ancor più pericolosi scontri, porteranno a termine la missione, non senza qualche perdita…

Si domandava Paolo Mereghetti: era proprio necessario un ritorno sull’epopea di Rooster Cogburn e della piccola Mattie Ross? La sensazione è che no, forse non era necessario. Quantomeno si potrebbe pensare che Joel e Ethan Coen, uomini dalla immaginazione molto feconda, avrebbero potuto raccontare una qualsiasi altra storia, invece che andare a scomodare un vecchio western movie (non trascendentale, ma comunque memorabile).

Quindi non c’era bisogno de Il Grinta.
Però c’era bisogno di un Western. Al giorno d’oggi, le incursioni nel genere fondante della cultura cinematografica statunitense sono rare, ma comunque di livello: erano belli Open range di Kevin Costner, Appaloosa di Ed Harris, L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford di Andrew Dominik.
Anche i Coen sono voluti entrare a far parte del gioco. Il loro Grinta e il Grinta di Hathaway sono pressoché identici in molte parti dialogiche, Joel e Ethan hanno voluto dare sfoggio della loro abilità di scrittura quasi teatrale, epperciò alcune scene che nel ’69 furono d’azione qui diventano conversazione.
I Coen avevano anche dichiarato di aver sentito l’esigenza di fare il film poiché la prima trasposizione del libro non rispettava tutta la carica ironica del romanzo. In effetti il Grinta di Hathaway ha più humour di quello dei fratelli, che però hanno con sapienza pizzicato una delle loro corde migliori: il grottesco. Se guardate il film ve ne accorgerete da soli.

Ma la novità più bella che i fratelli hanno apportato alla storia è il reinserimento del paesaggio-personaggio. Sì, perché quel Grinta antico che venne etichettato come western crepuscolare chiuse gli orizzonti visivi agli eroi e ai loro cavalli, con qualche concessione alla natura solo nel finale.
Invece i Coen hanno voluto allargare nuovamente l’obiettivo, riproponendo molte inquadrature che avevano avuto superba riuscita in Non è un paese per vecchi: non solo le aurore in controluce, ma anche le lande riarse a perdita d’occhio che il crane rivelava poco a poco, oppure le riprese “da cecchino” dalla cima dei crinali sabbiosi (nella sparatoria finale c’è una auto-citazione pressoché letterale proprio della scena della caccia alle antilopi di Non è un paese per vecchi).

Inutile proprio discutere delle prove attoriali: Jeff Bridges ripropone un Cogburn più lurido e trasandato di quello piuttosto burbero e simpaticamente beone di Wayne; la Steinfeld è risoluta quanto Kim Darby, la Mattie Ross del ’69, ma è più precisa nel restituire le reali paure che possono assalire una quattordicenne alle prese con serpenti a sonagli e banditi assassini. I cattivi, che nel ’69 erano nientedimeno che Robert Duvall e Dennis Hopper, qui sono Josh Brolin e Barry Pepper: quest’ultimo riesce meglio del primo.

In conclusione, che volete che vi dica? Se siete alla ricerca di un consiglio su quale film andare a vedere al cinema, il sottoscritto non può che indicarvi Il Grinta. Ma magari non vi piace il western, e quindi andrete a vedere qualche altra cosa. Che so, Il cigno nero.
Ma il sottoscritto entrerà in azione anche in questo caso, e vi fermerà ancor prima che voi possiate fare la fila al botteghino, e tenterà di salvare la vostra serata indirizzandovi alla Blockbuster, dove potrete affittare, e gustare comodamente seduti in poltrona, un film che ricorderete tutta la vita. Quale? Uno qualsiasi dei fratelli Coen.

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