Quel gran pezzo dell'Ubalda tutta nuda e tutta calda (M. Laurenti, 1972)

di Francesca Fichera.

Di Quel gran pezzo dell’Ubalda, oltre ai seni ondeggianti della Fenech, c’è una cosa che balza subito all’occhio: è piaciuto a Veltroni. Il Veltroni critico – che un po’ fa il politico, senza addentrarsi in territori che non ci competono. Eppure risulta che la “walter-critica” preponderi sul film stesso, diventando argomento centrale nelle recensioni di altri critici – e parliamo del Morandini, mica robetta. Perfino i comici Ficarra e Picone ne hanno tratto spunto per i loro sketch, appiccicando la locandina del film in un’ipotetica sede di partito sinistroide. E, se ci fate caso, sta succedendo anche adesso: si parla più di Walter che dell’Ubalda.

Dunque ricomponiamoci.

Torniamo al film, un cult-movie capostipite del genere “decamerotico” che fa il verso all’impareggiabile Decameron pasoliniano. La qual cosa potrebbe già spingervi ad abbassare i pollici ma, per il momento, passiamo avanti. Il plot, all’apparenza complesso, si può ridurre come di seguito: il reduce Olimpio (Pippo Franco) fa improvviso ritorno a casa dalla moglie Fiamma (Karin Schubert) che, per sviare l’attenzione del marito dalle molteplici corna nascoste in ogni dove, lo spinge a prendere accordi con il vicino mugnaio Oderisi (Umberto d’Orsi), interessato alle sue terre. Ed è al mulino che fa la sua prima comparsa Ubalda (Edwige Fenech), fedifraga al pari di madonna Fiamma e come lei divisa fra mille amanti, sotterfugi e cinture di castità dalla serratura facile. Il sistema dell’inganno la fa da padrone, strumento e contenuto, e ci conduce a conclusioni abbastanza ovvie quanto un tantino insperate, forse per quella spontanea simpatia – simile alla pena – inspirata dal doppio personaggio del marito idiota e gabbato. D’altra parte  c’è ben poco da guardare, nel senso stretto del termine, oltre ai corpi statuari delle due protagoniste femminili, in primis quello lattiginoso della Fenech – che questo film consacra a sogno erotico dell’italiano medio nel ventennio grigio fra i Settanta e gli Ottanta. Fa bene perciò il Morandini a definire la pellicola di M. Laurenti una “litania di donne accanitamente adultere, mariti ingannati e stupidi, frati fornicatori” perché, a voler essere lapidari, non è niente di diverso da questo. Ma diverte pensare all’Ubalda come all’antenata dei moderni cinepanettoni, costellati di “comicità pecoreccia e tette al vento” (cit.) eppure più rozzi e meno sottili, a dispetto dell’aumento dei budget e della sofisticazione dei mezzi tecnici. Va premiato, se di premio ci è concesso parlare in tal contesto, il tentativo di Laurenti nel ricreare un clima, specchiare costumi, sogni, visioni, per quanto miseri, dei suoi anni: il sogno al rallentatore di Olimpio, che rincorre la mugnaia nuda per i campi (nuda proprio no, ma la cintura di castità che indossa è in sostanza un perizoma satinato), andrebbe forse guardato sapendo questo.

O forse no, perché non cambierebbe un tubo. Però sta di fatto che Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda incassò dieci volte i costi di produzione (60 milioni di partenza – più di 600 al botteghino); ed è un fenomeno in tutto e per tutto simile a quello che, seppur svuotato della sua stessa necessaria autoironia, succede da noi ogni sacrosanto Natale. Qualcosa che Quentin Tarantino, nell’atto di rivalutare questa e altre pellicole italiane del periodo, deve aver tenuto in considerazione – ridendosela pure di gusto. Poi, si sa, la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni:  se volete capire il perché di questa citazione proverbiale, guardate il film fino alla fine. Chissà, potreste rendervi conto di storcere il naso in maniera non troppo sincera.

(In caso contrario ci si può sempre affidare al Morandini, che non sbaglia mai, o al leggendario parere fantozziano sulla Corazzata Potëmkin)

 

3 pensieri su “Quel gran pezzo dell'Ubalda tutta nuda e tutta calda (M. Laurenti, 1972)

    1. Figurati, difatti si parla del loro ‘posto’ nell’ambito dell’industria culturale che, purtroppo o per fortuna, a seconda dei punti di vista, resta un dato.
      Nemmeno io amo particolarmente il filone a cui appartiene l’Ubalda, anzi, probabilmente non lo sopporto. Rispetto però la sua patina, il suo non essere ancora spudorato e ostentatamente volgare. Come i tempi, così il cinema del resto. E viceversa.

      Buone Feste, occhialuto old style :D (anche se non penso che tu lo sia!affatto!)

      Frannie

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  1. si,avevano una loro ingenuità,che tuttavia non me li fa amare, che poi si è persa nella volgarità massificata e involutiva delle altre commedie.
    ps:no,no,son proprio old style!^_^

    buone vacanze

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