Boys Don't Cry (Kimberly Peirce, 1999)

Boys Don’t Cry (ma qui si piange lo stesso).

Kimberly Peirce, prima di attirarsi l’odio della stragrande maggioranza dei fan di Stephen King [compresa me, n.d.a.] per la sua malsana idea di riscrivere Carrie, è passata alla storia dei cult giovanili grazie a Boys Don’t Cry, film generazionale sulle drammatiche conseguenze della discriminazione sessuale.

Protagonista è Hilary Swank, immersa con rara naturalezza nei panni difficili di un doppio ruolo: il giovane Brandon, in realtà  Teena, uomo in corpo di donna alla ricerca di una soluzione che gli consenta di vivere la sua reale identità.

Una storia vera

Riscrittura sentita di un fatto di cronaca, il film della Peirce, alla cui stesura collabora lo sceneggiatore Andy Bienen per cinque lunghi anni, descrive la fuga – ma anche l’approdo – di Brandon verso una nuova vita, sorta in una piccola e noiosa cittadina del Nebraska.

Qui, in seguito alla più tipica fra le risse da taverna, la “ragazza cowboy” fa la conoscenza di un gruppo di scombinati di provincia, capitanati dal fattone di turno (un non-casuale Peter Sarsgaard, ritrovato poi tale e quale in Lovelace) e legati alla figura decisiva di Lana (Chloë Sevigny) che riuscirà a bucare il cuore di Brandon andando oltre le bende elastiche dalle quali è nascosto e finendo col provocare quel tumulto che fa la Storia e la storia, che innesca le umane dinamiche del domino, dove cause ed effetti sono i pezzi e il crollo rappresenta il quasi mai lieto svelamento di un senso.

La parte migliore

Boys Don’t Cry plana piano dall’apparenza di dettagli narrativi anche un po’ tediosi, di situazioni osservate con occhio nitido e fin troppo spoglio di artifici, sulla violenta esplosione dell’ultima mezz’ora.

È lì che la macchina da presa smette di girare letteralmente intorno ai personaggi e compie un balzo posandosi confusamente su nudità violate e volti segnati dal dolore, perfino alternandosi a una micro-sequenza – improvvisa come un dono – girata in timelapse. Là è mostrato un mondo altro che non c’è, un introvabile paradiso terrestre che ospita il voler essere di ciascun essere senza condannarlo.

Solo una manciata di secondi blu cobalto, che precedono di poco toni ben meno celestiali, eppure è quello l’istante prezioso di Boys Don’t Cry, il suo nucleo migliore, la parte da custodire.

Un cast eccellente sul baratro del sentimentalismo

Da aggiungersi al ritratto di una depravazione consentita – quella di una società ipocrita, corrotta e bastarda – che ingiustamente lotta e, soprattutto, vince sopprimendo la natura. E ovviamente all’indimenticabile interpretazione della Swank, veramente meritevole del premio dell’Academy, e sostenuta egregiamente dall’intensità della Sevigny (candidata a sua volta agli Oscar di quell’anno, ma in a supporting role).

Peccato davvero per quegli effetti che s’accavallano proprio alla fine, per quell’insistere a sottolineare l’assurda crudeltà di una vicenda in grado di parlare da sola di sé e del dramma che racchiude. È un punto in meno per un film, qual è Boys Don’t Cry, che riesce a far passare comunque tutta la carica del tragico pur insistendo a mostrare il suo lato tenue, la positività di un riscatto ricavato dall’insegnamento dell’esperienza.

In breve: il sentimento che muta in sentimentalismo. Ma per questa volta lasciamolo pure. Come rifugio dal resto, che fa troppo male.

Francesca Fichera

Voto: 3.5/5

4 pensieri su “Boys Don't Cry (Kimberly Peirce, 1999)

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