BERLINO63: Lovelace (Rob Epstein, Jeffrey Friedman 2013)

Lovelace: la storia di Linda diventa romanzo – di Francesca Fichera.

“Non fatevi ingannare dalle apparenze” è un luogo comune che ben si addice a Lovelacelungometraggio di Rob Epstein Jeffrey Friedman based on the true story di Linda “Lovelace” Boreman, meteora del porno resa fulgente dal film di culto Gola profonda.

Della sua vita aveva già parlato l’ottimo documentario Inside Deep Throatuscito a pochi anni di distanza dalla morte dell’attrice – sopraggiunta nel 2002 a causa di un’incidente d’auto, quando Linda aveva 53 anni.

Pro…

Il film di Epstein e Friedman approccia lo stesso tipo di “materiale” con un piglio descrittivo assimilabile, in parte, a quella  ricerca di fedeltà e di verità peculiare del discorso documentaristico. A cambiare è la struttura, romanzata e romanzesca, che schiude gli scabrosi segreti di Linda come fossero l’interno di una cipolla: togliendo uno strato alla volta, in un’alternanza discretamente montata di flashback e flash-forward che saltellano di periodo in periodo, dai sei mesi ai sei anni della sua esistenza fatta a pezzi e ricomposta. Come nella realtà, così nella finzione.

A questo biopic diretto a quattro mani va il merito, per l’appunto, di aver ricostruito: la particolarità di una vicenda personale, i dettagli del contesto storico che l’ha vista svolgersi (grazie soprattutto alla fotografia vintage di Eric Alan Edwards e ai costumi di Karyn Wagner), il tempo nel tempo. 

…e contro

Ma raccontare con precisione non equivale a saperlo fare. Partire da una storia come quella di Linda Lovelace, di per sé già troppo assurda (eppure reale), è un’arma a doppio taglio che, se maneggiata con poca cura, rischia di perdere i suoi vantaggi per mutarsi in totale svantaggio.

Ed è quest’ultimo caso che purtroppo si verifica in Lovelace: Epstein e Friedman aggiungono troppo lì dove non ce n’è serio bisogno, effettuando un cambio di tono così brusco, nella transizione dalla prima alla seconda parte del film, da risultare insostenibile.

“Patetico” è l’unico aggettivo che viene in mente a quel punto, e a poco serve la bravura (inconfutabile) del ricchissimo cast di interpreti, dai principali ai secondari: gli ultimi molto meno dimenticabili dei primi, come dimostrano lo Hugh Efner di James Franco  e l’Harry Reems di Adam Brody.

Amanda Seyfried, nel ruolo della protagonista, se la cava bene, ma le sue caratteristiche fisiche non l’aiutano. A parte in un momento, molto preciso, molto famoso, dove i suoi occhioni dolci e stupiti accompagneranno la frase più tragicamente comica di tutta la storia. Trasformando la volgarità in innocenza.

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