Fatal

BERLINO63: Fatal (Lee Don-ku, 2012)

BERLINO63: Fatal – la recensione di Fausto Vernazzani.

Senza Sung-gong il buio attanaglia lo schermo, ed infatti inizia così l’esordio al lungometraggio del coreano Lee Don-ku, Fatal. Solo parole e buio finché la tragedia non si consuma dall’altra parte di una porta dietro cui non ci è permesso guardare, solo l’ascolto ci illumina su di essa: dei liceali hanno stuprato una loro compagna. Sung-gong, ragazzo poco sveglio e vittima dei bulli è tra loro, costretto ad entrare per ultimo allo scopo di eliminare le tracce. Dieci anni dopo tutto è cambiato, c’è chi ha dimenticato e chi, come Sung-gong (Nam Yeon-woo) e Jang-mi (Yang Jo-a), la ragazza, vive nel dolore alla ricerca del perdono.

Fatal

Girato evidentemente con mezzi poveri, Fatal è un film legato con decisione al suo lato narrativo, non dimenticando però mai la più grande lezione del cinema: aggiungere un significato ed un’idea ad ogni inquadratura. La macchina da presa ha spesso l’obiettivo macchiato, l’immagine è fuori fuoco e la desaturazione in post-produzione lascia le sue tracce in bella vista, senza vergogna, perché il messaggio – non la morale – è stato inviato. Forte di un protagonista a tutto tondo, Fatal respira insieme a Nam Yeon-woo,  attore aiutato da un’intelligente caratterizzazione tale da far accrescere l’empatia anche nei momenti peggiori.

In concorso nella sezione Panorama, è il tipico film coreano indipendente, drammatico come i lavori di un altro favorito dei festival, Jeon Kyu-hwan, senza però lo stesso lavoro di introspezione, più diretto verso una visione personale ed umana, anziché totale ed universale. La psicologia del film è solo nell’essenza del racconto, l’espiazione, ma il regista sceglie la mente di chi corre, Sung-gong, facendo sfoggio dei suoi pensieri con delle dolci ed innocenti sequenze immaginate, serie oniriche che ci aiutano ad identificarci con gli incubi e i desideri del nostro uomo. La bravura di Don-ku è nella sua capacità, lenta e misurata, di farci apprezzare la storia d’amore, di vestirci del potere ecclesiastico – elemento molto presente – di concedere il perdono al fine di far sparire la sofferenza: il finale è un boccone amaro condito con un pizzico di zucchero di puro Cinema.

 

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