Red Lights (Rodrigo Cortés, 2012)

di Francesca Fichera.

Si parte dal presupposto che “l’essenziale è invisibile agli occhi”, come scriveva Antoine de Saint-Exupéry nel suo celeberrimo Piccolo Principe. Ma che sia davvero essenziale ciò a cui approda il thriller psicologico Red Lights dello spagnolo Rodrigo Cortés è in realtà ulteriore fonte di dubbio. In un film presentato da slogan cubitali contenenti parole grosse quali “verità”, “illusione”, “credere” e “conoscere”, ci si illude unicamente  – o forse s’illude colui che l’ha scritto e diretto – di potersi confrontare con una delle cose fra le più indefinite e indefinibili del mondo umano: la fede.

La ricercatrice Margareth Matheson (una Sigourney Weaver che ha preso molto sul serio il ruolo assegnatole) la fede l’ha persa da un bel po’. Per la precisione da quando [SPOILER] la sorte ha voluto che suo figlio rimanesse sospeso fra la vita e la morte su di un letto d’ospedale [fine SPOILER]. E il suo giovane assistente Tom Buckley, interpretato dal sempre bravo Cillian Murphy, desideroso tanto di conoscenza quanto di una cospicua dose di sicurezza, collabora in tutto e per tutto alla sua crociata scientifica contro la stoltezza di chi crede e la disonestà di chi vuol far credere. Scopo comune è svelare la anche troppo facile logica dei trucchi di “magia” utilizzati dalla quasi totalità di sedicenti maghi e profeti – in rappresentanza dei quali viene scelto un italiano, e forse non a caso. Ma quando il sensitivo Simon Silver (Robert De Niro) torna dopo anni a calcare le scene, presupposti e propositi arretrano d’improvviso come tartarughe nel guscio.

La contemplazione del dogma reca in sé un imprescindibile coefficiente di ritualità e di spettacolarità, la stessa a cui ci introduce Cortés fin dai titoli di testa, in pieno stile da crime fiction tv, onde sottolineare la dimensione televisiva, fatta di imbonitori da un lato e di ingenui dall’altro, in cui si sviluppano tali tipologie di fenomeni e di relative credenze. Tutto, in Red Lights, è costruito a partire dal concetto di show e, specularmente, da quello di “dietro le quinte”, dove l’intelaiatura che permette alla macchina spettacolare di muoversi ha l’unico destino di un progressivo e inesorabile smantellamento. Peccato che a venir meno, in questa maniacale attenzione al making of, a “tutto ciò che c’è dietro”, sia proprio e paradossalmente lo spettacolo principale. Logico fino all’eccesso al pari delle spiegazioni scientifiche messe in evidenza da buonissima parte della sua durata, Red Lights è come un macchinario d’eccellente fattura nel quale si scopre un fatale difetto di fabbricazione. La sua caratteristica primaria viene così ridotta alla lentezza, al prolisso sforzo di mostrare tutto il mostrabile e, soprattutto, il limite (umano) oltre il quale non è più possibile mostrare alcunché, in un climax ascendente che funziona (e non del tutto) solo per l’avvincente interpretazione degli attori, dove finanche il Bob De Niro un po’ gigione di Simon Silver fa bene ciò che deve.

Ha ragione dunque chi parla di Red Lights come di un’opera studiata a tavolino per riprodurre le medesime “dinamiche dello stupore” che si propone di denunciare. E l’errore è di Cortés, fortunato autore di Buried, che getta su di sé, con quest’ultima prova, tanta terra e delusione. Soprattutto per aver diluito, con la freddezza del calcolo e l’autocompiacimento del narratore troppo convinto di sé, la potenza di un finale che avrebbe fatto giustizia alle (comunque buone) intenzioni a monte dell’impresa. E che invece, distaccandosi da tutto ciò che lo precede, rinnega se stesso, il suo valore non d’effetto né di conquista, ma di approdo.

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2 pensieri su “Red Lights (Rodrigo Cortés, 2012)

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