Blinky

Blinky™ (Ruairi Robinson, 2011)

Blinky: odi et amo, ma sono postumano.

Macchine che fanno compagnia: nessuna novità. E dell’abitudine umana a travisare significati e funzioni delle cose nemmeno ci si stupisce più. Unendo i due punti vien fuori Blinky,  cortometraggio dell’irlandese Ruairi Robinson. Uno che nella sua bio scrive di essere geneticamente preposto ad uccidere. Partite da questo.

Il corto – video in basso, senza sottotitoli – ha un vago sapore di già visto e già sentito, a cominciare dalla trama: un ragazzino annoiato (Max Records, da Nel paese delle creature selvagge) che, per sfuggire al pericoloso baratro creato dalle liti continue dei suoi genitori, si lascia folgorare da uno spot televisivo, tutto sorrisi e colori, riguardante un robot-helper per famiglie. Blinky, appunto. Automa simpatico dalle pupille rosse – dettaglio che sarebbe sufficiente a renderlo antipatico, piuttosto – fatto per esserti amico, Blinky è l’illusione di una pace domestica a cui il piccolo Alex si lega in un brevissimo idillio, raccontato da una divertente sequenza pseudo amatoriale che cita anche Titanic.

Non è il cosa ma il come

L’originalità non è certo la cifra distintiva del film di Robinson, poiché già dai primi minuti dell’opera qualcosa suggerisce disagio e cattiveria, telefonando l’evoluzione della storia nella maniera più classica. In questo caso vince la pregevolezza del come, della fattura: un buon dialogo fra regia, fotografia, CGI e modellini. Neanche il giovane attore Records se la cava troppo male.

Del resto, cosa può fare la differenza quando si tratta di film e racconti sul topos della ribellione delle macchine? Forse il fatto che per questa volta a riecheggiare fra le righe sono le altisonanti parole di un certo Werner Herzog alle prese con l’orrore di Grizzly Man:

I believe the common denominator of the universe is not harmony; but chaos, hostility and murder

In Blinky ha la meglio l’istinto: quello scarnificato da Seneca ed enfatizzato da Shakespeare. Un indizio? Ricordatevi di Titus. Impulsi d’umana angoscia che vibrano attraverso il metallo: vedere per sentire.

Francesca Fichera

 

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