Marebito (Takashi Shimizu, 2004)

di Roberto Manuel Palo.

Cos’è Marebito? Una piccola spiegazione prova a darcela il protagonista dell’omonimo film diretto da Takashi Shimizu, Masuoka (Shin’ya Tsukamoto). Masuoka è un reporter freelance alla ricerca di materiale che cerchi di spiegare al meglio la paura. Gli capita, accidentalmente, di riprendere in diretta un suicidio in metropolitana e l’uomo (Kazuhiro Nakahara), prima di morire, ha gli occhi pieni di terrore. L’ossessione di Masuoka sarà quella di capire cos’è che quell’uomo ha visto prima di morire e perchè ne è rimasto così terrorizzato.

Marebito è un film particolare, diverso dai soliti film orientali che siamo stati abituati a vedere nelle sale dopo l’uscita di Ringu. Lo stesso Shimizu, anche se distanziandosi notevolmente, con le varie versioni di Ju-On precedenti a Marebito, cavalcava su quella che era diventata ormai la Ringu-mania. Sembrerà strano, ma in Marebito ho visto qualcosa che richiamava l’Occidente come l’uso della telecamera amatoriale in stile Blair Witch et similia. La mia non è un’eresia e non oso mettere a paragone la pellicola di Shimizu con le porcherie americane, ma la tecnica è quella con l’aggiunta di una trama sensata, di un protagonista stupendo, dei monologhi spettacolari e, soprattutto, della vera paura che, in molti tratti, questo film riuscirà ad infondervi.

L’ossessiva voglia di Masuoka di capire cos’è il vero terrore porterà il cameraman a visitare i sotterranei della metropolitana di Tokyo dove, si dice, si nasconda un mondo dove i morti “vivono” e dove sono presenti dei mostri chiamati Dero dal quale non è consigliabile essere rapiti. In questo sotterraneo Masuoka conosce F. (Tomomi Miyashita), una strana ragazza che non cammina, non sa parlare ed è cresciuta nutrendosi di sangue animale o umano. Il tentativo di allevare questa fanciulla farà fare a Masuoka cose che lui non avrebbe mai pensato di fare ma, nonostante questo, non riuscirà a raggiungere quello stato tale di follia che gli consentirà di vedere ciò che ha visto l’uomo della metropolitana. Fino a quando non arriverà in una cittadina qualsiasi e…

Nonostante il protagonista umano sia Masuoka noterete sin dall’inizio che il protagonista assoluto del film è l’occhio, la vista, il vedere. Tutto è incentrato su quegli occhi terrorizzati iniziali che saranno poi gli stessi del finale. La bellezza di questo film risiede anche nella sua enorme complessità e, quindi, alle varie chiavi di lettura che ognuno può dargli in quanto ad ogni nuova visione si possono scoprire nuove cose come in un film di David Lynch. Proprio come in questi ultimi, la voglia di rivedere la pellicola e dare nuove interpretazioni notando dettagli che, in precedenza, non si erano colti, è sempre viva. Io l’ho visto due volte e la seconda è stata più bella della prima, facendomi vivere maggiormente il delirio psicotico di Masuoka che lo porta ad una follia estrema e la sensazione che tutta la storia raccontata da Shimizu fosse solo un sogno dello stesso Masuoka in punto di morte. Magari la mia terza visione mi porterà a cancellare completamente quest’ultima ipotesi a vantaggio di un’altra o ad implementarla. I capolavori funzionano così. Ve ne consiglio caldamente la visione, un film horror giapponese che si distingue dalla massa di horror orientali con i fantasmi pieni di capelli che spuntano all’improvviso che vi propinano, purtroppo, sempre più spesso, al cinema. L’horror orientale è anche e soprattutto questo, solo che non tutti i distributori italiani lo sanno.

See You Soon.

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2 pensieri su “Marebito (Takashi Shimizu, 2004)

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