White Oleander (Peter Kosminsky, 2002)

White Oleander: il diario nella valigia – di Francesca Fichera.

I sentimenti anomali farebbe da perfetto – per quanto insolito – sottotitolo a White Oleander del londinese Peter Kosminksy che, prendendo a modello il romanzo omonimo di Janet Fitch, sceglie di narrare la complessità delle relazioni amorose senza impelagarsi nei sempreverdi cliché legati al concetto di coppia.

Questo lungometraggio tutto candore e dolore racconta l’amore attraverso il suo contrario: la dipendenza. Di questo madornale quanto umano errore è testimonianza vivente (sullo schermo) l’adolescente Astrid (Alison Lohman), stretta in un rapporto di quasi disperata necessità con la madre Ingrid (Michelle Pfeiffer, mai come in questo caso aiutata miracolosamente dalla durezza glaciale dei suoi occhi), che però finisce in carcere per aver ucciso l’amante servendosi del veleno dell’oleandro bianco. Abbandonata così d’improvviso, la fragile Astrid comincia il suo calvario di rimbalzi – dall’orfanotrofio alle famiglie adottive e viceversa – incontri e, soprattutto, scontri, che piovono sulla superficie levigata e intonsa della sua personalità, completamente sottomessa a quella della madre, finendo col creparla.

Di tale percorso –  realizzazione della conoscenza di sé attraverso il contatto con l’altro – vengono evidenziate le tappe più significative, delimitabili dal punto di vista narrativo come veri e propri episodi, dove la luminescenza della fotografia (Elliot Davis) e la cura meticolosa dei costumi (Susie DeSanto) fanno gioco di squadra per ottenere un’ottima, indelebile caratterizzazione dei momenti tramite le immagini.

Danno il tocco finale le attrici, splendido coro di interpretazioni femminili dalla bionda chioma: oltre alle già nominate Lohman e Pfeiffer, da ricordare sono anche Robin Wright, nei coloratissimi e succinti panni di una ex-spogliarellista “che ha accolto Gesù nella sua vita”; e Renée Zellweger, impegnata in uno dei ruoli più tragici della sua carriera. Ridotto – e riduttivo – invece il lavoro di adattamento del soggetto per opera della sceneggiatrice Mary Agnes Donoghue, che conferisce a White Oleander copertina, patina e terzo strato propri di una soap-opera piuttosto che di una dignitosissima pellicola drammatica.

Alla fine, però, l’intero viaggio va messo ugualmente in valigia – stupefacente ed originale esempio di meta-narrazione, vedere per credere – con i pro e con i contro. Tanto si sa, nelle intenzioni c’è già qualcosa del risultato, e nel risultato, in questo almeno, qualche (buona) intenzione si vede. E si conserva.

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2 pensieri su “White Oleander (Peter Kosminsky, 2002)

  1. Io ho adorato la Zellweger in questo ruolo così toccante e drammatico. Certo come hai ribadito anche tu, quegli occhi glaciali di Michelle mai come in questo film hanno avuto un ruolo da “protagonisti”. Un gran bel film, bella recensione, condivido in pieno le tue sensazioni. ;-)

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    1. Non posso che esserne lieta. :)
      Purtroppo il film è passato un po’ in sordina, per via del suo aspetto (come ribadito più volte) di dramma “a tinte rosa” (espressione che odio, ma che in questo caso è calzante) che ne ha pregiudicato la visione e la diffusione. Le attrici sono tutte di statura, indimenticabili. E, cosa che dimenticavo di dire, anche la colonna sonora è splendida: garantisce Thomas Newman ;)

      Grazie del confronto, a quando vuoi! :D
      – Fran

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