Soul Kitchen (Fatih Akin, 2009)

di Francesca Fichera.

Il greco Zinos, abitante di Amburgo, ha comprato e rimesso a nuovo – come meglio poteva – un locale di periferia trasformandolo in ristorante. Specializzato nel servire piatti fritti e qualsiasi tipo di schifezza,  Soul Kitchen – nome del colorito ritrovo amburghese, nonché del quinto film di fiction di Fatih Akin – è ben lontano da quel nutrimento per l’anima cui vorrebbe alludere. In realtà, ne rappresenta l’evoluzione.

Il protagonista – un Adam Bousdoukos dalla funzionalissima mimica – viene inizialmente mostrato nel limbo di un’impasse identitaria da cui solo una serie di sfortunati eventi riesce a smuoverlo: la fidanzata Nadine si trasferisce a Shangai, finendo col permettere alla distanza di raffreddare il rapporto; il fisco si manifesta spesso, inzolfato da un ex compagno di scuola di Zinos che mira a sottrargli la proprietà; all’arrivo del nuovo cuoco (interpretato da  Birol Ünel, altra vecchia e affezionata conoscenza del regista turco), i clienti boicottano l’attività, forti della nostalgia per le oleose pietanze degli esordi. E, come se non bastasse, ci si mettono pure l’ernia al disco e le bravate del fratello (Moritz Bleibtreu) appena uscito di prigione.

Akin punta tutto sull’assurdità, su una comicità stramba e nevrotica, sebbene diluita da un montaggio singhiozzante e che avvince solo a tratti. Quello di Soul Kitchen è un grottesco che maschera disperazione, la stessa così decisamente delineata in Gegen die Wand (La sposa turca, 2004) e che rende l’incursione di Akin nella commedia come “macchiata” di incompletezza. La sceneggiatura gioca bene con gli stereotipi a tal punto da incappare nella prevedibilità e nel banale; le tempistiche delle gag funzionano, ma fino a un certo punto; l’effetto straniante dell’inquadratura (un uso sfalsato della dialettica campo-controcampo, la regia quasi televisiva nelle scene in discoteca) talvolta osa troppo, risultando eccessivo.

Volendo avvalersi della metafora culinaria sottesa all’intera storia (che un po’ ricorda Ratatouille), si può dire dunque che il menu in pellicola di Akin sfoderi gli ingredienti giusti solo quando si concentra sui contorni. A dare sapore a Soul Kitchen è, più di qualsiasi altra cosa, l’affetto per Amburgo, città fumosa di giorno e cristallina di notte, scenografia intermittente attraversata da treni e persone. Danno quel tocco in più l’eterogeneo sottofondo musicale, spaziante dal jazz alla minimal, e un quadro finale (o, sarebbe meglio dire, una finestra) che racchiude in sé la tenera semplicità di un messaggio sull’esistenza. Come dire: le cose che contano son quelle, i modi per spiegarle sono tanti. E non sempre funzionano alla perfezione.

3 pensieri su “Soul Kitchen (Fatih Akin, 2009)

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