Cosmopolis (David Cronenberg, 2012)

di Fausto Vernazzani.

Tratto da un romanzo omonimo di Don DeLillo, il nuovo film di David CronenbergCosmopolis è ambientato in una limousine occupata a destreggiarsi tra le strade di New York, caricando una serie di personaggi che appaiono a raffica all’interno dell’auto di Eric Packer/Robert Pattinson, giovane miliardario desideroso di aggiustare il taglio di capelli. Tutti si insinuano in quel corpo meccanico ingrandito dai monitor, senza cui non potremmo più riconoscere Packer. È sperduto quando si separa dalla limousine, è un uomo in cerca di sensazioni che il denaro gli può comprare, con la moglie – fattezze di Sarah Gadon – o con il proprio corpo da cui è ossessionato per la distanza che si è creata con esso, accorciata dalla scoperta di avere la prostata asimmetrica. Cosa vuol dire avere la prostata asimmetrica? I gemelli del capolavoro Inseparabili sono i primi che potrebbero rispondere a questa domanda: bellezza, originalità, distinzione dal resto del mondo, particolarità, altro. Eppure in Cosmopolis non è così.

Tutti i registi sono soggetti ad un’evoluzione, accennammo qualcosa nella recensione di A Dangerous Method, ma in Cosmopolis appare un’improvvisa regressione e negazione di ciò che era, nuove idee che sembrano esulare dal campo d’azione di Cronenberg per inchinarsi e sottomettersi al testo di DeLillo, forse vicino alle sue corde, forse lontano dal suono che producono quando pizzicate. Il regista cancella parte della sua ideologia, del suo cinema interiore – e non quello estetico – per diventare egli stesso altro. Un nuovo modo di parlare, una curiosa scelta anche nel casting con facce ‘conosciute’ più per presenza costante che per bravura: Pattinson, terribile fantoccio che esegue solo la sua funzione di personaggio, ma non riesce ad esserlo; Jay Baruchel, apprendista stregone, apprendista sceneggiatore e attore dalle qualità inesistenti; Kevin Durand prodotto di serie televisive notevole solo per la sua altezza.

In Cosmopolis solo pochi attimi di recitazione degni di nota, brevi istanti con Juliette Binoche e Mathieu Amalric, una sorprendente Samantha Morton e l’eccezionale Paul Giamatti, attore più versatile di quanto Hollywood voglia far credere (Ironclad e il suo Giovanni Senza Terra insegnano). In conferenza stampa a Cannes Cronenberg ha dichiarato di aver avuto bisogno di un volto riconoscibile, che la gente voleva osservare per poter creare un personaggio che avrebbe tagliato ogni ponte empatico con lo spettatore, ma tra tanti attori statunitensi, inglesi e, perché no, australiani, come mai la scelta di Pattinson? C’è chi pensava che una rivalutazione era in vista dopo la terribile prova di Twilight, e c’è chi ha effettivamente lo ha fatto, ma forse non è poi così tagliato per il cinema d’autore.

Ridondante, retorico, sono aggettivi adatti alla pellicola. L’utilizzo dei dialoghi estrapolati nella loro interezza dal romanzo di DeLillo suonano come un pugno nell’occhio rispetto alle immagini fin troppo statiche, in cui sono più i personaggi a muoversi che la macchina da presa – fatta eccezione per la sequenza con la Morton protagonista, che da sola funziona meglio di ogni altra.
“Uno spettro si aggira per il mondo, lo spettro del capitalismo”.“Il topo diventò l’unità monetaria”. DeLillo individua nel denaro la fine, la Morte Nera odierna, la piaga della peste che si propaga di topo in topo, di uomo in uomo, diventa poi anarchia e distruzione. Il film si stende sugli allori delle “meravigliose cose dette da meravigliose facce” (l’essenza del cinema secondo Cronenberg in una dichiarazione recente) e non basta un cambio di lente a renderlo affascinante.

Cosmopolis casca nella costruzione della scena, compressa in (quasi) una sola, ben gestita bene a tratti, ma ciò che più si piange è appunto la non-fusione tra le poetiche di chi ha scritto e di chi ha diretto, cosa che fece de Il pasto nudo un vero capolavoro al contrario di questa nuova opera da inserire tra i lavori minori del regista. Qualità non mancano, quando un autore sbaglia alla fine casca raramente nell’insufficienza, ma con un film così poco user friendly c’è poco da stupirsi e la lunghezza non aiuta, così come uno dei peggiori doppiaggi degli ultimi tempi, ma questa è una colpa lontane dagli autori. Non si può che concludere con un ‘Lunga vita a David Cronenberg’, perché non è certo un inciampo che lo potrà far crollare dal suo piedistallo di carne e parole in continua trasformazione.

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