CANNES65: "Antiviral", "Cosmopolis" e "Dans la Brume", il Cinema dei cromatismi

Ultimo giorno di proiezioni cannensi all’insegna della famiglia Cronenberg.

Ho visto Antiviral, film d’esordio di Brandon Cronenberg, che dal padre (riferendoci a David) ha ereditato una sorta di morbosa osservazione dei fenomeni di mutazione corporale – in questo caso a livello batterico – con dolorose ripercussioni mentali, prim’ancora che fisiche.

Il film parla di un futuro probabile in cui il feticismo divistico raggiunge derive tali da far desiderare ai fan di essere affetti dallo stesso virus dei loro beniamini. Una clinica ipertecnologica, bianca, abbacinante, accogliente, con la filodiffusione delicata, offre questo genere di servizio, e dentro ci lavora il lentigginoso, frigido e nervoso Syd March (Caleb Landry Jones), che di questi virus fa anche un bieco contrabbando finendo per essere vittima egli stesso del delirio batterico.

Note di stile. Sì, è chiaro che papà ha insegnato bene certe cose – Brandon ha mutuato da David una certa geometria visuale soprattutto nei totali e nelle scene dialettiche uomo-macchina – ma per il resto si è affidato a un’estetica neanche troppo nuova di piattezza figurativa con primi piani frontali e laterali che annullano la profondità.

Però, le scene del ricovero di Syd, ambientate in una stanza tappezzata del viso perfetto dell’attrice Hannah Geist (la diva del momento, nella diegesi del film, Sarah Gadon nella realtà) sono di grandissimo impatto, soprattutto quando “imbrattate” dalla performance grondante sangue del protagonista.

Poi arrivò il momento di David, il Cronenberg vero. Quello che ha fatto storcere il naso con A Dangerous Method che però, visto retrospettivamente, assume un valore completamente diverso, come se la lettura di Don DeLillo (nostra, ma anche di Cronenberg stesso) funzionasse da acido rivelatore, utile a interpretare l’apparente fissità e la manifesta verbosità del film sul triangolo psicanalitico viennese.

Cosmopolis, che DeLillo ha scritto nel 2001 anticipando in maniera perturbante i disordini di Wall Street e i terremoti economici legati agli andamenti della valute estere, è il racconto della traversata cittadina del giovane e onnipotente miliardario Eric Packer, che a bordo della sua limousine parte dall’attico iperlussuoso sull’East River per andarsi a tagliare i capelli a Hell’s Kitchen. Durante un cammino facilmente paragonabile a un girone dantesco in chiave cyberpunk, Eric incontra (a bordo della limousine e non) personaggi di qualunque genere: mogli, amanti, dottori, mercanti d’arte, precoci geni dell’informatica, fino ad arrivare all’oscuro Richard Sheets, che intende uccidere il nostro protagonista.

L’incontro tra i due, che conclude il film, è un saggio concettuale sulla morte: di potenza raggelante, provoca godimento cinematografico grazie alla gestione cronenberghiana degli spazi, grazie al suo modo di manovrare gli sguardi, grazie alle sue scelte cromatiche (fotografia eccezionale di Peter Suschitzky), però pure destabilizza, disturba, desta inquietudine. E sono bravissimi Robert Pattinson e Paul Giamatti a riprodurre l’astrazione delilliana dei personaggi.

L’avventura del festival, la mia avventura, si è conclusa con la visione di V tumane (tradotto in francese Dans la brume, tratto da un romanzo di Vasili Bykov), del regista russo Sergei Loznitsa, allievo di Sokurov.

Ero stato messo in guardia. Si parlava di quella lentezza soporifera che è congenita in tanti film dell’oriente europeo. E invece la narrazione ha un suo passo particolare, placido, misterioso, solenne, va avanti per enormi e rarefatti episodi, messi in scena da Loznitsa con una perizia narrativa che in me ha generato, talvolta, addirittura commozione.

La storia – ma sarebbe più giusto dire il pretesto – è quella di due partigiani russi che devono ammazzare un presunto collaborazionista, naturalmente a fare da sfondo c’è la Seconda Guerra Mondiale, e a fare da environment ci sono i boschi bielorussi.

Fin da subito mi aveva rapito una certa qualità fotografica del film: una grana densa e nitida che vedi muoversi in filigrana alle immagini terrose di alberi, strade polverose, neve sporca, interni a luce di candela. Poi ho letto che il direttore della fotografia è Oleg Mutu, il fedele collaboratore di Mungiu, il portabandiera della luce non drammatizzata che ha imposto il cinema romeno come uno dei più interessanti e innovativi degli ultimi quindici anni.

Dans la brume è stato per lui la consacrazione in grande stile, un po’ come proprio il Faust di Sokurov ha significato la definitiva affermazione di Bruno Delbonnel, il direttore della fotografia che ha illuminato Amélie ed Harry Potter.

Dubito che il film di Loznitsa sia competitivo. Ma in ogni caso, non lo dimenticherò. Anzi.

Per la palma vedo concorrere al fotofinish Haneke, Kiarostami, Mungiu, Carax, Cronenberg, Vinterberg. Haneke è il più probabile (meritatamente). Kiarostami è stato esaltante, potrebbe piacere al presidente. Non ho visto Mungiu e Carax, ma del primo mi fido ciecamente. Vinterberg è destinato a diventare un cult, se supportato da un’accorta distribuzione. A Cosmopolis va il mio in bocca al lupo più grande, ma dubito che possa incontrare il gusto unanime di Nanni Moretti e dei suoi. I bookmakers stanno sottovalutando Resnais, ma questa volta ha fatto veramente un film difficile. Garrone è tornato in città. C’è chi dice per motivi personali, chi, invece, per una bella sorpresa.

Elio Di Pace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.