A Dangerous Method (David Cronenberg, 2011)

La concretezza della carne a confronto con la coscienza.

Bisogna prenderne atto, il cinema di David Cronenberg è fatto della stessa carne delle sue creature. Le mutazioni di Videodrome e La Mosca non sono le uniche, le trasformazioni che racconta affrontano un piano al di là del sangue, scorrono in canali mentali la cui dimensione astratta li rende soggetti a un più facile stravolgimento.

A fondo nella carne

La sua filmografia è come il corpo di Seth Brundle, evolutasi da un piccolo organismo a qualcosa indefinito capace di raggiungere l’oltre. Vi è un costante progresso nella rappresentazione dell’’uomo nel suo cinema. Come la storia scientifica che ci riguarda, avanza inesorabile verso la scoperta di un sé superiore alla carne esterna, esamina quel che Masamune Shirow chiamò il ghost in the shell, lo spettro nel guscio.

Cronenberg unisce il misticismo alla serrata ricerca scientifica. Partì da una dalle sperimentazioni sulla telepatia nel suo primo mediometraggio Stereo, proseguì verso l’’influsso dell’’audiovisivo in Videodrome e nella forza della mente in Scanners per poi scendere a fondo nei meandri del cervello, oggetto fisico patria di pensieri intangibili, con opere illustri quali Crash, il dimenticato capolavoro Spider e i suoi due lavori sulla violenza, A History of Violence e La promessa dell’assassino.

Infine giunge alla decisione di portare sullo schermo i pionieri dell’esplorazione della psiche umana, per certi versi creatori anche della sua visione artistica grazie al tentativo di dargli una forma, con A Dangerous Method. Tratto da una pièce teatrale di Christopher Hampton, a sua volta tratto dalla biografia scritta da John Kerr, racconta parte della vita dello psicoanalista Carl Gustav Jung, del suo rapporto con la paziente Sabina Spielrein e col genio indiscusso Sigmund Freud.

Un approccio teatrale

Cronenberg sa come galvanizzare le ossessioni, in questo caso però s’i immerge fino al collo nella teatralità del suo soggetto. Si chiede come delle idee così innovative come quelle dei suoi protagonisti si potessero tradurre in immagini.

Una regia che con dei primi piani esplosivi assembla una serie di fotografie, con sovrapposizioni e sfondi che segnano l’’importanza e la significanza dei soggetti nel campo. A essi fanno da contorno delle lettere che non nascondono l’’impossibilità di un normale dialogo in campo e controcampo come in tempi odierni sarebbe stato possibile.

Il film si svela con la fedeltà al periodo partendo dall’’internamento di Sabina, una stancante e troppo caricata Keira Knightley, curata da Jung, eccellente prova di Michael Fassbender, con il metodo dell’’allora discusso Freud, Viggo Mortensen da trofeo.

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La cura funziona, Sabina avvia gli studi di medicina e si dedica anch’e lei alla psicoanalisi, finendo però al contempo in una relazione adultera con Jung stesso. I due più che presi dall’amore sembrano estrarre dati sulla sessualità, vera unica ‘ossessione’ di Freud, ormai distanziatosi dai normali rapporti sociali per difendere la sua posizione di protettore di una scienza da lui inaugurata.

A Dangerous Method non è una tesi compilativa sulla storia di Jung e Freud, personaggio secondario ma di grande importanza per via del suo influsso su Jung e la Spielrein, bensì un esame delle coscienze a chi ha creato l’idea di coscienza. Sono gli occhi di Fassbender persi nell’’acqua e nelle sue ossessioni spirituali,– il cui coraggio intellettuale è chiaramente apprezzato dal regista, i pianti della Knightley, ma soprattutto una foto di Jung sul cuore di Mortensen.

Fausto Vernazzani

Voto: 4/5

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