War Horse (Steven Spielberg, 2011)

di Elio Di Pace.

Correte a vedere War Horse. Correte, perché a Steven Spielberg è capitata una storia (sceneggiatura di Richard Curtis e Lee Hall, da un romanzo di Michael Morpurgo, adattato, non saprei dire come, anche per il teatro!) in cui deve subito aver capito, leggendo le primissime annotazioni ESTERNO-GIORNO, che poteva ritrovare l’ampiezza delle sue vedute, il gusto spettacolare del paesaggio, e anche il gusto del paesaggio spettacolare: in questo lo ha aiutato il fedele Janusz Kaminski, qui davvero al suo meglio.

Il film è la storia di Joey, cavallo acquistato da un piccolo fattore del Devon, Ted Narracott, al prezzo di 30 sterline, una cifra imponente che mette a repentaglio il sostentamento della famiglia. Ma il giovane Albert, Narracott junior, crede nelle potenzialità (affettive ancor prima che fisiche) dell’animale e amandolo come un fratello gli insegna il lavoro, da cui proviene la sopravvivenza, da cui proviene la dignità, da cui proviene la forza. Eppure la Grande Guerra incombe, e il coraggioso Joey dovrà prestare servizio per la cavalleria di Sua Maestà. Scopre anch’egli l’amicizia, ma fa esperienza della morte, del dolore, della perdita degli affetti: deve separarsi più volte da “padroni” che gli vogliono bene e che sanno cogliere le sue qualità: la dolcezza (per fare felice una bambina orfana, in un contesto scenografico e drammaturgico tanto simile a quello di Inglourious Basterds), e la resistenza (per aiutare i tedeschi a trascinare nel fango la micidiale artiglieria). Il coraggio di Joey lo porterà ad avventurarsi da solo nelle trincee invase dalla paura e sconquassate dagli esplosivi, e la sua eroica corsa nel filo spinato significherà per lui un sacrificio quasi cristologico che permette a due militi avversi di riconciliarsi con il semplice lancio di una monetina, in quella che è la scena più bella del film e una delle tante destinate a essere citate d’obbligo nelle antologie spielberghiane.

C’è tanta favola, certo. Ci sono tanti facili sentimenti, è vero anche questo. Ma Spielberg da sempre ci presenta immagini sapientemente orchestrate per soddisfare il fabbisogno emotivo del grande pubblico, senza tuttavia rinunciare a uno sguardo che è suo – e solo suo – da quarant’anni a questa parte, e ha ritenuto che fosse giunto il momento di fare un compendio delle sue passioni (che poi sono le passioni di tutto quel gruppo di amici americani che hanno studiato cinema negli anni ’60): gli spazi aperti di John Ford, i colori di Victor Fleming, fino alla ieraticità di Akira Kurosawa. Poi sicuramente c’è anche Kubrick, ma questa era facile, perché ogni film ambientato durante la Prima Guerra Mondiale in cui c’è una carrellata a precedere nelle trincee fa inevitabilmente i conti con Orizzonti di gloria. Ma è anche giusto che sia così.

War Horse si presenta agli Oscar con sei candidature.

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