Il Castello (Massimo D'Anolfi, Martina Parenti, 2011)

di Fausto Vernazzani.

“Abbiamo deciso di assegnare il Premio Speciale della Giuria ad un film che ci consente di vedere il dietro le quinte di un’istituzione che la maggior parte di noi pensa di conoscere” è parte della motivazione data dalla giuria della sezione italiana.doc del Torino Film Festival 2011 per la consegna del Premio della Giuria al film Il Castello di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti. È la verità. Molti di noi hanno speso ore negli aeroporti, abbiamo fatto piccoli e lunghi viaggi e siamo passati per questi edifici di cui vediamo solo una minuscola frazione. Per curiosità sono andato su Google Maps e guardando dall’alto gli Aeroporti ci si rende conto che sono delle vere e proprie fortezze, castelli, anche se gli autori lo intendono in senso kafkiano: luoghi con guardie al ponte levatoio, fossati, camere stagne e ogni forma possibile di sorveglianza e sicurezza che si possa immaginare.

La coppia di registi ha passato un anno all’interno dell’aeroporto di Malpensa, per due settimane ogni mese hanno raccolto materiale, per un totale di 90 ore, scegliendo di raccontare un posto che noi crediamo di conoscere tramite l’occhio della videocamera di sorveglianza, con la stessa neutralità, ma con una composizione del quadro strettamente cinematografica. Film come questo dovrebbero spingere gli spettatori a smettere di chiedersi di cosa parla un documentario, ma di chi è, perché è impossibile ignorare il discorso formale ed autoriale che scaturisce da pellicole come questa. Il tema de Il Castello poteva essere riassunto con un gran numero di interviste ai responsabili della sicurezza, una lista immensa di numeri su quanta droga passa per i terminal, quanta gente va e viene, invece D’Anolfi e Parenti scelgono la via sinfonica, suddividono l’opera in quattro movimenti come le stagioni e optano per uno stile narrativo fluente e accattivante.

Le quattro dicotomie sono Inverno/Arrivo, Primavera/Sicurezza, Estate/Attesa, Autunno/Partenza. È un racconto di simmetrie sin dall’inizio, e dalla suddivisione scelta la macchina da presa riprende gli ambienti asettici e quasi ospedalieri dell’aeroporto, li spezza in tanti quadri d’una bellezza inquietante e linearmente perfetta, come se appunto fosse stato tutto delineato alla perfezione per essere sotto controllo in maniera impeccabile, senza fronzoli fastidiosi. Si mostra una terra di tutti e nessuno, dove la persona perde buona parte dei suoi diritti per essere controllata da cima a fondo così come accade in Inverno, dove sembra di essere all’interno di un thriller per poi passare ad un esame dei controlli agli animali, ai bagagli e alle stesse guardie di sicurezza che si esercitano in Primavera per evitare e/o prevenire eventuali attacchi, mentre in Estate la storia di una signora che vive in aeroporto viene raccontata con ironia osservandola in un’attesa perenne e speranzosa mentre si cucina e tinge i capelli nel bagno dell’edificio, fino a quando si arriva alle partenze e si svanisce nelle nuvole insieme agli aerei che vanno per ricominciare il ciclo in un altro aeroporto. Primavera, Estate, Autunno e Inverno… e ancora Primavera, per parafrasare Kim Ki-duk.

Sono 90 minuti che cambieranno il vostro modo di vedere gli aeroporti. Ogni volta che vi andrete vi fermerete ad osservare tutte le guardie e vi chiederete chi hanno fermato, noterete qualche porta chiusa e vi immaginerete che cosa c’è dietro, vi perderete mentalmente in un dedalo che a noi è concesso di vedere solo nelle telecamere negli angoli in alto, oppure con Il Castello, che invito tutti a vedere domani alla proiezione per DOC Salerno a cui parteciperemo, ma in generale, in qualunque città lo troviate, è un prodotto pregiato e degno di rientrare tra i migliori film di casa nostra dell’anno passato.

 

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