Albert Nobbs (Rodrigo García, 2011)

Albert Nobbs alla rovescia – di Francesca Fichera.

Spesso, anzi sempre, la profondità è garantita da un sapiente e misurato dialogo fra cose differenti. Onde evitare di citare Hegel, meglio fermarsi qui – per quanto riguarda la filosofia – e arrivare dritti al nocciolo della questione: l’inaspettata delusione provocata da Albert Nobbs. Rodrigo García, regista delle acclamate serie-tv Six Feet Under e I Soprano, qualche anno fa suscitò emozioni con due cristalline esplorazioni dell’universo femminile: il lucido Le cose che so di lei e lo spiazzante Nove vite da donna, collage di frammenti “rosa” in bilico fra ragione e sentimento. Ma cosa accade quando a chiedere di essere descritta v’è una femminilità costretta nei panni inamidati di un impeccabile maggiordomo? Se lo domanda l’attrice Glenn Close, amica e collaboratrice del regista colombiano con il quale, dopo anni di tentativi andati a vuoto, riesce finalmente a trasporre su carta – e poi sul grande schermo – l’adattamento del racconto breve di George Moore.

La compresenza di elementi comici e tragici nella materia scritta sembra rappresentare l’ottimo presupposto per quel “dialogo fra cose differenti” cui si accennava poco fa. Ma il risultato è ancor più diverso, del tutto alien(at)o. Se, infatti, per buona parte del ‘primo tempo’ di Albert Nobbs si può godere dei lazzi e delle sottili oscenità che il colorito entourage di camerieri irlandesi regala, dal fumoso ambiente delle cucine fino alle festose scene d’insieme in sala da pranzo, nel momento in cui il personaggio principale si svela e rivela, tutto precipita in maniera clamorosa. La narrazione, vivace fino a quel punto, s’inceppa. Albert – quella Glenn Close dall’inconfondibile voce impastata, gli occhi umidi, le labbra esangui e contratte – conosce Mr. Cage (Janet McTeer), deus (o dea?) ex machina per eccellenza, che avvia il meccanismo dello svelamento, spingendo l’alliccato maggiordomo a spogliare la propria identità attraverso l’irrinunciabile, umana magia del sognare ad occhi aperti. Il sogno di Albert è in quell’insegna muta, di legno scheggiato, che prende vita improvvisamente diventando d’un bel blu acceso e recando su di sé la scritta “Tobacco’s – A. Nobbs”; è nell’immaginare e definire ogni dettaglio, dalle pareti color crema alle luci d’arredo; è nel condividere quel simulacro di perfetta realizzazione con qualcuno. Ma quando e, soprattutto, con chi? Ed è qui, nel clou, che alla regia mancan le forze per effettuare il passaggio “fra cose diverse”: dal comico al tragico, dal sole alla pioggia.

Nobbs, reso quasi patetico dalla mdp spiona mentre conta i risparmi necessari all’impresa (il sogno è il castello, i soldi, le carte), è strappato con forza alla calorosa ironia iniziale e scaraventato, senza cura delle sfumature, nel clima grigio-azzurro della tragedia imminente. Della sua triste storia rimane – ed è qui il paradosso – più l’effetto su chi l’ascolta nel film che sugli spettatori veri e propri: Mr. Cage/Janet McTeer è il prezioso elemento naturale che stona (e per fortuna!) con le forzature circostanti, assorbendole in positivo. È la vera sorpresa – non a caso fra le candidate all’Oscar per Miglior Attrice Non Protagonista – perché dalla Close non giunge nulla di nuovo al di fuori della sua intramontabile bravura. Il resto è fuffa, robaccia, come sentenzia sul finire del film la proprietaria dell’albergo dove Nobbs lavora. Attori discreti nelle parti orchestrate ma inguardabili negli assoli – su tutti i giovani Mia Wasikowska, la sciapita Helen a cui Albert rivolge inutilmente le sue attenzioni, e Aaron Johnson, dal bell’aspetto ma totalmente fuori ruolo. Brendan Gleeson ci mette il suo dicendo malissimo una delle frasi più significative dell’opera. La complessa tematica sociale percorre l’insieme come corrente in un circuito elettrico scassato: illumina per poco, fa contatto e poi viene meno. Un film-critica  sulle apparenze che ne diventa il cuore.

Albert Nobbs poteva essere il nuovo Quel che resta del giorno, una grande tragedia irlandese dedicata a tutte le tragedie piccole del quotidiano, delle “vite miserabili”  galleggianti sul fluido della solitudine. Invece ci mostra una donna che, per quei pochi istanti in cui indossa la vera se stessa, non sa camminare né correre e così sprofonda nella sabbia. Un’immagine, l’unica forse, che svuota dentro (qualcosa che assomiglia / al ridere nel pianto). Ma non lo fa troppo bene.

4 pensieri su “Albert Nobbs (Rodrigo García, 2011)

  1. Già dal trailer non mi ispirava. Mi dava l’impressione che Glenn Close fosse del tutto fuori luogo e poco credibile come uomo. Mi confermi che è un film che si può tranquillamente ignorare.

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    1. Direi di sì, o comunque se si hanno altre priorità è uno di quei film che può essere messo in fondo alla lista senza tanti complimenti. Ripeto però, di García vanno recuperati gli altri titoli, almeno uno dei due che ho citato nella recensione. Spero tu riesca a trovarli, io a suo tempo ebbi modo di visionarli sul canale “Cult” di Sky, e fu una notevole fortuna.
      – Fran

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