Caterina va in città (Paolo Virzì, 2003)

di Francesca Fichera.

Un certo Johann Wolfgang Goethe, ne Le Affinità Elettive, sosteneva che appropriarsi di un’opera d’arte, imbottirla di verità, equivale a perderla. Non è mia intenzione imbastire alcun discorso sui massimi sistemi a partire da un film di Paolo Virzì. Ma se si dice qualcosa è, nella stragrande parte dei casi, per un motivo ben preciso. A maggior ragione se la si scrive.

Dunque, vediamo.

Caterina va in città è, tra le pellicole di Virzì, quella che mi ha entusiasmata di meno. Divertente, coloratissima parata sullo sfondo grigio topo dei recentissimi tempi italiani, con la svampita Caterina (Alice Teghil) sul carro centrale e tutti gli altri pupi – ben costruiti – intorno. Caterina, che l’ingenuità senza tempo rende sciatta e stupida, che dovrebbe rappresentare la cavia di provincia fatta a fette dai cittadini integrati, finisce col farsi portavoce di una terra di mezzo che è più un malinteso che altro. Sballottata tra anti-fascisti bohémienne (nella prima parte) e neofascisti sotto mentite spoglie (nella seconda) – le due facce del fascismo in Italia, per dirla con il buon vecchio Flaiano –  è la resa astratta di una denuncia che si materializza in derisa sconfitta. Parlando chiaro: molti di noi, me compresa, si sentono un po’ Caterina e (forse) un po’ offesi dall’idea di essere rappresentati dal suo personaggio.

Allora Virzì, abile puparo di stereotipi, per salvare la baracca dà voce al dolore. Abbandona la farsa aprendosi alla tragedia, facendo piangere e strepitare l’apocalittico professore Iacovoni – un Sergio Castellitto la cui isteria, per una volta, è più che pregevole. Amara lucidità che carbura dal patetico all’esplosione d’ira e disperazione, fra le mura domestiche, che brucia in un breve e toccante monologo. Interrotto (ahimé) dal lancio di piatti di Margherita Buy. Stop, ricomincia e continua il teatrino, fino alla conclusione, musicale come in Tutta la vita davanti ma di altro, lontanissimo significato.

Sembra quasi che Virzì non sapesse come dire quanto aveva da dire. Che, nel timore di non dire tutto, abbia iniziato mille discorsi finendo col non completarli. Lasciando venir su quel groppo di verità in una mistura carnascialesca di maschere e fantocci. Un elemento dissonante che distrugge l’equilibrio, perfora la cartapesta. Sta a voi giudicare se purtroppo o per fortuna.
Ma l’insieme, oggettivamente, sfugge.
Come l’orizzonte che s’intravede nei titoli di coda – e non fate come la maggior parte delle persone al cinema: guardateli fino in fondo, almeno stavolta.

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8 pensieri su “Caterina va in città (Paolo Virzì, 2003)

  1. Frannie io sono innamorata di Virzì oltre ogni limite e gli perdonerei qualsiasi cosa. Ma su Caterina va in città sono perfettamente d’accordo con te. Anche io lo considero uno dei suoi film meno riusciti, troppo stereotipato per essere veramente efficace. Poi io lo amo lo stesso ma questo non conta ;-) In ogni caso credo che la cosa migliore del film siano Castellitto e la Buy che ci regalano due interpretazioni davvero memorabili. Ed è un peccato che siano stati sfruttati così poco.

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    1. “Troppo stereotipato per essere veramente efficace”… esatto! E non ti nascondo che è stato difficile, per me, scindere il valore affettivo da un giudizio più o meno obiettivo. Virzì è fra i registi italiani VIVENTI che preferisco e, soprattutto con “Tutta la vita davanti”, ha dimostrato di meritare davvero un posto di rilievo nella mia classifica personale :)
      D’accordo per quanto dici su Castellitto, non tanto sulla Buy, per la quale nutro un’innata antipatia – e perciò lascio parlare il David di Donatello e il Nastro d’Argento che vinse all’epoca per il suo ruolo nel film! ;)
      – Frannie

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  2. Ho avuto una brevissima passione per il cinema democretino di Virzì,che poi si è spenta subito proprio con questo film,(è un crimine per me fare un film che affronta anche la politica attraverso noiosi luoghi comuni e poca capacità di descrivere e non rappresentare le fazioni e le istanze delle diverse parti),poi il culmine l’ha toccato tutta la vita davanti,davvero pessimo.Io da ex precario non mi ci son riconosciuto e l’ho trovato davvero fastidioso con forzature clamorose.il personaggio della Ferilli,il sindacalista di Mastrandrea.Brutto proprio
    Invece mi piacque N,e trovo sempre splendido Baci e abbracci,del quale sto scrivendo una versione zombesca!^_^

    Per non parlare della tragedia delle tragedie che è il fratello carlo,oh signur!Che Jet Lì , li prenda a mazzate!

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  3. Ué, c’è il mio quasi compaesano (anzi, di più!) Sergio! :D
    Io non ho mai capito se il film intendesse mostrare davvero due facce di una medaglia (ed il taglio, cioè Caterina) o volesse dare in pasto allo spettatore quegli stereotipi che non sono altro che caricature di ciò che vorrebbero essere. Molta critica indica la prima via (sigh!), ma se così fosse c’è davvero da dolersene, se invece fosse la seconda darei una mano a Virzì e cosceneggiatore.

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    1. Io penso che l’incoerenza di fondo di Virzì, come ho scritto, si sia manifestata – nel caso di Caterina va in città – proprio nel momento in cui ha voluto far irrompere, o ha presunto di farlo, la realtà nella farsa. Per questo gli dò il merito di una maturazione artistica con Tutta La Vita Davanti: lì il grottesco è un elemento costante e lo straniamento, l’atmosfera surreale, sono mantenuti fino alla fine. In sostanza la cifra stilistica di Virzì è quella di voler canzonare i drammi sociali dell’Italia odierna, conservando le distanze ma allo stesso tempo (e qui sta il rischio) mettendoci “il suo”. Non è impresa facile e, non per giustificarlo, credo sia naturale che nel corso della sua carriera abbia toppato più di una volta nel farlo :) Ovviamente de gustibus non disputandum, a me in generale i suoi film piacciono, riescono ad immergermi in uno strano sentimento a metà fra la nostalgia e la “dolce” amarezza :)
      – Frannie

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  4. Come detto, penso sia possibile ma non do per scontato che sia stato tutto e dico tutto canzonatorio, comprendendo quindi anche “il suo”. In “Caterina…” c’ho visto anche un’impostazione di profusa simpatia, a parte che per Caterina stessa, cosa più ovvia, anche per tratti della ragazza radical chic. Vedi, ad esempio, Benigni di mezzo, un mostro sacro, intoccabile, preso di mira solo dai “nemici”, ma non da certe schiere, comprensive di colleghi creatori di opere comiche e di commedia. Detto più semplicemente, se Virzì mi dice: “in quella scena volevo canzonare l’atteggiamento del Roberto nazionale, che quando scende a fianco del popolo è nient’altro che una macchietta stereotipata (ipocrita?)” gli stringo la mano! Mi ripeto, è una scena presa ad esempio, ma ce ne sono altre.
    La mia vuole essere più una curiosità verso l’intento che un appunto sul mio gusto, alla fine il film mi ha divertito. :)

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    1. Ah, in quel caso gli stringo la mano pure io, sappilo!
      E sì, in sostanza il film, al di là della rappresentazione “corretta” delle idee di fondo, diverte. Con un po’ d’amaro di troppo (e che stona, ripeto), ma diverte. :)
      – Frannie

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  5. Pingback: Il capitale umano

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