Tutta la vita davanti (Paolo Virzì, 2008)

di Francesca Fichera.

Fra estremismi e luoghi comuni esasperati, il toscanissimo Paolo Virzì è riuscito a mantenere un piccolo posto per coloro che non appartengono ma, semplicemente, sono. E se aveva cominciato a darne prova in Ferie d’Agosto, finendo per incappare nel recente e stereotipato all’inverosimile Caterina va in città, è con Tutta la vita davanti che il regista nostrano ha saputo finalmente far funzionare il suo discorso.

Che il Morandini definisce di sinistra e noi non dissentiamo ma nemmeno avvertiamo la necessità di profonderci in discussioni sull’argomento, che risulterebbero sterili data la sede.

Il quadro dipinto è straniante e desolante: un racconto grottesco, narrato dalla voce (un po’ troppo affettata) di Laura Morante, che ha per protagonista Marta (Isabella Ragonese), novizia della vita e del mondo del lavoro.

«È strana, è laureata», dice di lei l’amica Sonia (Micaela Ramazzotti), giovane ragazza madre che la spinge a fare il grande passo: dai rassicuranti abbracci accademici ai ritmi tayloristi del call center, senza troppo pensarci su, con la filosofia dell’ in-mancanza-d’altro a fungere da (ahinoi conosciutissima) spada di Damocle.

Lo strano sogno di Marta concretizza l’incubo italiano, ma sta a chi guarda sottolinearne i punti critici, le piccole e al contempo immani tragedie del quotidiano che costellano il cielo del dramma dei precari. Il call center  della Multiple, inquietante incrocio fra una clinica psichiatrica e la casa del GF, dispensa sorrisi e buonumore sottovuoto. Seda, illude, inebetisce. Finché Marta non riafferra ciò che ha ereditato dai suoi inutili studi: l’umanità.

Qualcosa che aiuta a riappropriarsi di sé ma che non garantisce una via d’uscita. Anzi. Pone il dubbio che fra sommersi e salvati, apocalittici e integrati (cit. Umberto Eco), impotenti e schiavisti, i giovani esseri umani come Marta, con semplici e dignitose competenze, abbiano come unica destinazione il metter radici in un limbo di speranze. Un concetto che Monicelli condannava con parole durissime. E come dargli torto?

Però alla fine si canta, si balla e si scuote la testa. Que sera sera, «domani è un altro giorno».

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