Napoli Film Festival 2011: Un Focus sulla Napoli in Corto, Parte II

Ieri era la terza giornata per il Napoli Film Festival, purtroppo la seconda me la sono persa e forse chissà, pure qualche buon lavoro in mezzo ai cortometraggi.
Purtroppo a Gozer il Gozeriano dovrei rispondere di no alla sua domanda “Sei tu un Dio?”, ma se lo fossi cambierei la giornata di ieri con quella di venerdì, perché la selezione di cortometraggi di Sabato 15 è stata un po’ una sorta di lenta tortura inizialmente che ha rovinato la visione a caldo dei successivi. A questo si aggiunge anche il fatto che una sorta di condizionamento per evitare il freddo immobile che ti osserva e ti avvinghia all’interno del Castello, sarebbe non so … gradito?

Ma veniamo a noi e ai cortometraggi di questo freddo e ventoso sabato napoletano, in questo Festival così arroccato che è quasi una sorta di pellegrinaggio raggiungere la Sala, ma è anche un modo per immedesimarsi in coloro che nel Medioevo dovevano raggiungere la fortezza.

Agape – Si comincia subito con la presentazione di Paolo Pagnani, compositore e pianista, che parla del cortometraggio di Samantha Casella come il nuovo lavoro di una regista fondamentale e punto di riferimento per il cinema intimista. Sarà. Quello che ho visto io sono 27 minuti di nonsense che parlano di un uomo ossessionato da sempre, sin da bambino, dall’immagine di una donna che poi incontrerà e la riempirà di un amore che non ha pari, perché lei per lui è ogni cosa. Montaggio sincopato, un mimo che spara aforismi che parlano di bare, conigli sgozzati e capibara con crisi esistenziali mentre osservano il decadere del mondo e la caducità dell’anima amorevole dei mortali. Sembrava di stare a sentire Mauro Petrarca, poeta cimiteriale, in versione seria. Ma faceva ridere comunque e più volte ho dovuto trattenere le risate mentre versava latte alle rose il protagonista truccato da mimo, maschera della vita. Per lo più è però una noia, con poche immagini decenti, nemmeno buone, e poche frasi degne di nota, ma nel complesso è un’opera da bocciare.

Il suono del mare – Se si dovesse fare un film su un ceco – ceco come condizione fisica, non della Repubblica Ceca, abbiate pietà – come si rappresenterebbe? Buio. Così è il film di Cristiano Luchini, quattro brevi minuti per lo più di scena nera con la voce di sottofondo del protagonista che racconta la sua condizione con un marcato accento napoletano per identificarsi con un luogo. Il monologo è un po’ costruito, chiaramente opera di uno che crede che usare un termine aulico qua e là, invece che buio che sia oscurità, significa fare arte e poesia e visto l’auto elogio di Luchini direi che lui stesso ne è convinto. I pochi secondi di scena a noi visibile mostrano Napoli, probabilmente in uno dei suoi angoli più brutti parlando del suono del mare come di un dono di Dio. Il regista ha accusato molti a cui si è avvicinato per questo lavoro di provincialismo, ma la prima cosa ad essere abbastanza provinciale è questo cortometraggio, non per il suo essere ancorato al locale, ma per la sua bassa estetica popolana indiscutibile.

Moon of Alabama – Opera di Lorenzo Cammisa, non un capolavoro, ma un buon punto di vista costruttivo, divertente e surreale sulla situazione artistica, e più specificatamente teatrale, del mondo contemporaneo. Siamo in un teatro di second’ordine in cui un trio d’attori (non)recita incitandosi ad andare avanti, come fosse un bisogno atavico e necessario per la sopravvivenza, riconoscendone sia il vantaggio sia il nulla che potrebbe pararsi di fronte a questo avanzare, ripetendolo in continuazione fino a far perdere il significato alla parola “avanti”. Continua così in un certo senso, con dialoghi in cui questo trio di teatranti essenzialisti denigrano il teatro di stampo borghese, quello che vuole vedere troppo e guardare poco; si grida “Chi vuol vedere, VEDA” ed in fin dei conti fa il suo effetto. Si parla di una strada persa, di un teatro ormai andato perduto e per questo si cerca il whisky bar più vicino per affogare la propria disperazione forse, o magari alimentarla, o qualcos’altro ancora, ma il riferimento alla Alabama Song dei Doors è invece chiaro. Sarebbe stato interessante avere il regista in sala per poter approfondire questo aspetto.

Malafemmena – “Questa volta il regista è una donna: Nunzia Esposito”. Qui mi verrebbe da dire che la madrina si meritava un ceffone in faccia, perché non vedo la necessità di specificare che il regista sia donna come fosse un miracolo, avrei capito se avesse detto: “Questa volta il regista è un Gabbiano: Jonathan Livingstone”. Amen. Il tema comunque è la Donna, e si tratta di una sorta di videoclip della canzone di Antonio De Curtis, riarrangiata dal cantante napoletano Alessio Caraturo che la trasforma in una sorta di inascoltabile canto gregoriano. Violenza sulla donna è quello su cui si concentra: un uomo si innamora di una donna, lui è un tipo colto, forse anche impulsivo – se ho colto bene l’aggancio a I dolori del giovane Werther di Goethe, il cui libro è mostrato più volte – ma la ama, il problema è che troppo facilmente da un litigio si passa alla violenza, psicologica prima e poi fisica, imprigionandola in una situazione d’abbandono e desolazione, ben rappresentata dalla location, una scuola abbandonata traboccante di libri, forse anche simbolo di una cultura morta ed inutile di fronte alla violenza che colpisce molte donne. Un buon lavoro, ma personalmente non superiore alla sufficienza.

Condannato a morte Le Dernier Jour d’un condamné, è un’opera ottocentesca del celebre scrittore francese Victor Hugo (Il gobbo di Notre Dame dovrebbe dirvi qualcosa) che deve aver colpito il regista Alessio Perisano. Si tratta del diario degli ultimi giorni di un condannato a morte di cui non si sa praticamente nulla se non che sta soffrendo nell’attesa di essere ucciso sul patibolo, la tortura del respirare sapendo quando sarà l’esatto momento in cui smetterà di farlo. Ben interpretato da Antonello Cossia, attore teatrale di lunga esperienza, il condannato vive in una prigione dal sapore ottocentesco come il testo su cui il corto è basato, riempiendoci la testa con un rapido stream of consciousness tipico della letteratura più che del cinema, mandando nel pallone lo spettatore che se perde una parola, perde il filo di tutto raggiungendo la stessa follia del protagonista. Non un cattivo lavoro, ma l’inizio di una premessa verso qualcosa di più gradevole in futuro e più usufruibile dallo spettatore.

108.1 FM Radio – Questo è stato il mio preferito del giorno, l’unico veramente buono al 100%. Sarà perché sono legato molto ad un cinema di genere e soprattutto ad un Cinema che gioca molto con se stesso e i suoi propri mezzi. La giovane coppia di fratelli registi, Angelo e Giuseppe Capasso, racconta la storia di un uomo sulla quarantina che raccoglie un autostoppista invadente e fastidioso che cerca a tutti i costi di parlare, mentre lui preferisce guidare in pace, finché, sintonizzatisi su radio 108.1 FM sentono parlare di un uomo che salendo in macchine altrui è diventato un famoso killer della statale. Che succederà? I Capasso creano un gioco intelligente di immagini e parole guidate che spingono lo spettatore a mettersi nella posizione di credere di sapere cosa succederà alla fine del film, ma il finale sarà capace di sorprendere molti ed aprirà una bella riflessione sul potere dei media, qualunque essi siano (cinema, radio, televisione, giornali), di pilotare il pensiero della gente e sulla gente che da essi si lascia pilotare.

Nino del Vomero – Roberto Azzurro, attore di teatro, interpreta questo cortometraggio, ispirato all’omonima opera di Massimiliano Palmese, in doppia veste: quella del cane bassotto protagonista e quella del suo padrone. Dell cane abbiamo il punto di vista, il regista Giuseppe Bucci ci mostra infatti tutto dalla bassa soggettiva del cane che con simpatia ci descrive le differenze tra uno del Vomero con un bel pedigree e quelli di Posillipo, o magari degli arroganti del Rione Alto che insistono a definirsi del Vomero Alto e anche con i prepotenti di Secondigliano. Divertente, ben diretto e ben fatto, la voce di Azzurro è calibrata al punto giusto tra esagerazione istrionica e delicata compostezza, creando il personaggio di un cane che mai vediamo, ma da subito ci sta simpatico, nonostante sia uno “stronzo” – come dice che gli altri cani lo definiscono – e snob.

In Piedi! – Ancora il regista Giuseppe Bucci, ancora una soggettiva, questa volta quella di una casa. Si, una casa. Protagonisti sono dei piedi di donna, che vediamo dal momento in cui si sveglia, fino a quando esce di casa dopo cinquanta prove di scarpe e di vestiti e di correre avanti e indietro per la casa e di sistemazioni varie tra cucina e bagna e ancora e ancora altre piccole manie che a quanto pare snervano un “focolare” rappresentato in blocchi sullo schermo, stanza per stanza. Un lavoro simpatico, ma di sicuro non aveva altre pretese che queste e pertanto buono!

Mare&Magma – Sull’ultimo cortometraggio purtroppo non posso dire nulla, i tempi del Festival dovrebbero essere rispettati, ma invece non lo sono e tra problemi tecnici e cambi di orari improvvisi si crea un disagio, specie quando per raggiungere luoghi così lontani si deve parcheggiare a chilometri e il potere del grattino nessuno lo può fermare.

Ci vediamo alla prossima puntata!

[AGGIORNAMENTO]
Scrivo un breve aggiornamento per invitare chiunque legga questo articolo e anche il precedente per segnalare un mio errore riguardante il cortometraggio La colpa presentato al Festival Venerdì 14. Per un caso di omonimia ho confuso Francesco Prisco, regista del corto, con l’omonimo giornalista/scrittore e regista e questo mi ha portato alla falsa supposizione che la situazione di lavoro per questo film fosse più semplice e agevole rispetto a quella di altri, ma così non era. Invito tutti a leggere quanto scritto da lui stesso in commento al precedente post sul Napoli Film Festival.

Fausto Vernazzani

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