Un Barton Fink a Venezia, Parte IV

Non si riesce a stare al passo con una programmazione così enorme come quella della Mostra di Venezia. Non ricordo neanche dove siamo rimasti. Mi sembra a Wuthering Heights. Eeeh, ne sono successe di cose. Caspita.

Iniziamo però con un argomento che per la mia salute cardiaca è meglio liquidare subito: il “film” di Cristina Comencini, Quando la notte o come dannazione si chiama, è un insulto all’intelligenza e alla cultura degli spettatori. Il vuoto pneumatico assoluto: tecnico, artistico, etico, estetico, formale, sostanziale. Una nullità. Una battuta su tutte: “Non ti dimenticherò… Con questa gamba”. La dice Timi alla Pandolfi. Sembra il testo di una canzone di Paolo Benvegnù. Risate a crepapelle in sala, la “regista”, non so con quel ardire, se ne è lamentata (“ci vuole coraggio per provare le emozioni”, un mistero di Fatima che aspettavamo la Comencini perché si rivelasse) e il marito (Tozzi, Cattleya, produttore del film) si è spinto al paradossale: “Chiederò a Müller e Baratta di prendere provvedimenti”. Ce l’ho in mente io un provvedimento per voi…

In concorso anche l’israeliano Hahithalfut (ovvero The Exchange), rigorosissimo nella sua immobilità, storia di Oded, giovane docente universitario di fisica, la cui vita ha uno scossone quando si sofferma a contemplare la quotidianità: le COSE, immortalate nel loro esistere così concreto che però nella frenesia ci sfugge, prendono il sopravvento quando il protagonista butta a terra un soprammobile, gesto non dissimile al pizzico che si dà chi crede di sognare. Oded sa di appartenere all’ingranaggio della routine ma ne vuole emergere per guardare tutto da lontano. Propositi nobilissimi lasciati sviluppare un po’ goffamente, e il film s’incarta su se stesso. Non è competitivo.
La mia su Ferrara, velocemente: 4:44 Last Day on Heart mi ha dato l’impressione di un film concepito dall’amatissimo Abel una mattina che, appena ripresosi da un trip, si siede al tavolo della cucina e fa colazione e butta giù degli appunti mentre il latte coi cereali gli cola sul boxer. È la storia di una coppia rinserrata in un appartamento in attesa delle 4:44, ora in cui dovrebbe avvenire la fine del mondo. La situazione esterna è liquidata con dei filmati probabilmente presi da YouTube in qualità 240p. Comunque ci sono stati innumerevoli estimatori, quindi non datemi ascolto. Questa è solo la mia impressione.
Che altro? Ah sì, il film a sorpresa. Quello che al mattino non hanno potuto proiettare per colpa dei sottotitoli sbagliati. Quello dal quale alla proiezione delle 19.30 a un tratto sono scappati tutti perché un corto circuito stava facendo prendere fuoco alla sala, in una situazione golosamente simile alla scena clou di Inglourious Basterds. Ovviamente, si è trattato di un film cinese. Bello pure, per la verità. People Mountain People Sea, di Cai Shangjun, storia di un ragazzo che si mette alla ricerca dell’assassino del fratello minore, coronando la sua vendetta con un gesto di distruzione totale. Regia finissima, prima e ultima parte (quella della miniera) ottime, ma nel mezzo c’è qualcosa che cancella gli entusiasmi. Non ho capito cosa fosse. Diciamo che non ha incatenato alla poltrona.

Concludiamo con i due film migliori, regalatici quando il festival è agli sgoccioli. Prima il Faust di Aleksandar Sokurov. L’opera di Goethe è stata presa dal regista russo e declinata in una dimensione di alternanza di elegia e materialismo, con la luce di Bruno Delbonnel.
Troppo perfetto per poterne parlare. Alla proiezione stampa, delirio totale e applausi infiniti. Talmente superiore a tutti gli altri film in concorso da rendere inconcepibile anche solo l’idea che Aronofsky e i suoi giurati non gli assegnino il Leone d’Oro.
A Venezia c’è stato Sokurov. Poi tutti il resto.
Ma quando stamattina credevamo di aver visto tutto, ecco che arriva il maestro William Friedkin con Killer Joe, un thriller magistrale, uno di quei film da scuola di cinema per cui vale la pena riportare un giudizio di Morandini su Fuga da Alcatraz, capolavoro del suo genere: Friedkin qui, come Don Siegel lì, “riscatta gli stereotipi prosciugandoli con lo stile”.
E Mattew McConaughey recita il ruolo della sua vita, che nel penultimo giorno di festival lo proietta tra i favoriti per la Coppa Volpi. Straordinario, delirio in sala, boato alla conferenza stampa, dove Friedkin ha citato come suoi maestri Fellini, Antonioni e Ford. Dei contemporanei apprezza P.T. Anderson e i fratelli Coen, a proposito dei quali ha detto: “I think that everybody in this room admire the Coen brothers. If you don’t like the Coen brothers, please get the hell outta here!!!”.
Questa è Venezia, ragazzi.

Barton Fink
Elio Di Pace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.