Un Barton Fink a Venezia, Parte II

Eravamo rimasti al Al Pacino. Ho visto Wilde Salome e mi è piaciuto, perché sebbene il regista/attore in maniera forse un po’ spregiudicata si ponga narcisisticamente al centro di tutto (dell’opera teatrale nel ruolo di Erode, voce off del documentario, gestore totale delle riprese e delle riprese delle riprese), è un’appassionata ricerca su Oscar Wilde, sui suoi tormenti amorosi, sul soggiorno negli Stati Uniti e sulla prigionia, testimoniata nell’opera La ballata del carcere di Reading, di cui Pacino legge degli estratti toccanti assai. È un’operazione per pacinofili, va bene, ma si scoprono dei registri recitativi di Al che al cinema non avevamo ancora apprezzato: la voce roca per gli estratti dalle opere di Wilde e un martellante tono stridulo durante l’interpretazione a teatro, in cui però brilla, pari merito al Re Erode di Pacino, l’astro focoso della Salome di Jessica Chastain, straordinaria nella sequenza del ballo che sa di pizzica tarantolata. Nel video c’è anche Estelle Parsons, regista dello spettacolo teatrale: forse la ricorderete per l’Oscar come attrice non protagonista di Bonnie and Clyde.
Veniamo ai film in concorso.

Ha convinto molto Shame di Steve McQueen, storia di Brandon, complesso sessuomane newyorchese che entra in crisi quando una collega di lavoro e la sorella gli sbandierano davanti che tra uomo e donna può nascere l’amore filiale che egli finora ha escluso considerando al centro delle sue relazioni soltanto la cruda sessualità (di tutti i tipi: anale, orgiastica, finanche omosessuale). Il protagonista è Michael Fassbender, che alla performance misurata che si è apprezzata in A Dangerous Method, adesso contrappone questa ruvida e granitica interpretazione che aggiunge competitività alla corsa per la Coppa Volpi.
Veniamo ora a Terraferma di Emanuele Crialese. Oggi in fila per il film di Jonathan Demme (di cui poi vi riferirò) un mio amico ha detto una gran cosa: “Si fa l’errore di credere che un film che parli di attualità scottante debba essere per forza bello”. E probabilmente la commossa standing ovation che avrà ottenuto il regista siculo alla premiere si deve a un equivoco dettato dai buoni sentimenti di cui lo spettatore italiota sente sempre il bisogno, e per preoccuparsi dei quali finisce col non riuscire a valutare l’effettiva qualità cinematografica di un’opera.
Terraferma è la storia del giovane Filippo che insieme al nonno e alla madre (Donatella Finocchiaro) si prende cura di una giovane immigrata etiope che partorisce in casa loro. Devono aiutarla a raggiungere il marito che lavora a Torino, ma non possono prendere la barca di famiglia (con cui si procurano da vivere pescando) perché la Guardia di Finanza gliel’ha sequestrata e devono compiere l’impresa tenendo nascosti i loro inattesi ospiti anche ai turisti, che potrebbero essere turbati dalla presenza di ALIENI africani. Finale eroico, che è poi il passaggio che danneggia il film insieme a una sequenza trash con Beppe Fiorello che porta i clienti del suo lido a fare un giro in barca sulle note agli ultrasuoni di Maracaibo. Un pugno negli occhi. Davvero. Eppure, Nuovomondo era bello, e Crialese anche qui ha degli spunti eccellenti, dimostrandosi bravo nel cogliere il mare con ottimi plongée dall’alto o, addirittura, dal basso (sott’acqua) e i brulli e ghiaiosi paesaggi costieri.
Ma questo non basta.

Chi invece ha azzeccato in pieno il film da festival (e ha intravisto con spaventosa intelligenza critica e sociologica la strada nuova che deve percorrere la commedia americana) è Todd Solondz con Dark horse, titolo che fa riferimento alla “scommessa azzardata”, il cavallo su cui puntare perché nessuno si aspetta la sua vittoria.
Il dark horse in questione è Abe (incredibile il flaccido Jordan Gelber, già in Onora il padre e la madre, Law & Order, Boardwalk Empire e tantissimo teatro), impiegato nella ditta immobiliare del padre (un Christopher Walken inedito, di una fissità facciale che è la summa della sua recitazione in sottrazione) e innamorato di Miranda (Selma Blair), cui chiede di sposarlo dopo averla incontrata a una festa. Sotto un guscio assai ridanciano restituito soprattutto dalle attitudini fanciullesche di Abe (che si sforza di nasconderle ma finisce goffamente per manifestarle, circondato com’è di pupazzi di Star Wars e dei Simpson), si cela una cruda amarezza distribuita da Solondz con battute messe al posto giusto nel momento sbagliato e soprattutto con le sequenze oniriche che si confondono con la narrazione lineare. Finalmente, un film che si affianca a quelli di Clooney e Polanski per il fotofinish che porta al Leone d’Oro. Attendiamo con ansia però alcuni titoli: Tinker, Tailor, Soldier, Spy di Tomas Alfredson, Himizu di Sion Sono, poi Friedkin, Ferrara, Ami Canaan Mann (figlia d’arte, spero caldamente che sia all’altezza) e gli italiani: Cristina Comencini con Quando la notte e Gian Alfonso Pacinotti (GiPi, per chi ama le sue vignette su Repubblica) con L’ultimo terrestre.

Elio Di Pace

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