Un Barton Fink a Venezia

Innanzi tutto, mi devo scusare. A molti di voi probabilmente gliene frega che io non abbia scritto nulla da quando è cominciata la Mostra del Cinema, ma sono stato isolato dalla rete da cause di forza maggiore: la connettività della sala stampa risalente ai primi decenni dell’Ottocento.

Che dire. Io è la prima volta che ci vengo, ma mi è parso di sentire una voce uniforme che parlava di Venezia 68 come una delle migliori edizioni degli ultimi anni. Una media qualitativa altissima, con un elenco di autori (in concorso e fuori concorso) che si è andato componendo ancora una volta con grande soddisfazione dei cinéphiles più esigenti. Per questo motivo, è doveroso fare un plauso (e non fa nulla che siamo nemmeno a metà rassegna) alla direzione di Marco Muller, che continua a combattere a spada tratta gli scetticismi proponendo considerevoli espressioni di cinema americano e cinema di genere.
Siccome i nostri resoconti partiranno da qui, in attesa di vedere Wild Salome di Al Pacino questa sera, ricapitoliamo le visioni a partire da martedì 30, giorno della pre-apertura.
Quel giorno fu drammatico. Chi l’avrebbe mai detto che ci volesse così tanto tempo dall’aeroporto al lido: due ore di caldo oltre ogni decenza umana. Poso i bagagli presso due dolcissime signorine, poi mi vado a prendere l’accredito (insieme a cui mi danno una valigetta della Tucano in grado di contenere un portatile da 17 pollici), e poi senza ogni rispetto per la mia salute mentale mi fiondo a vedere Mildred Pierce, storia del personaggio omonimo tratto da un romanzo di James M. Cain, già filmato da Michael Curtiz nel 1945 con Joan Crawford che prese l’Oscar, e il cui ruolo ora passa alla divina (perché E’ divina) Kate Winslet. La trasposizione veneziana della durata di circa sei ore è diretta da Todd Haynes (Io non sono qui, Lontano dal Paradiso), che governa la non trascendentale sceneggiatura con mano comunque lieve ed elegante. Il film (che vedremo su Sky a ottobre, la produzione è, naturalmente, HBO) si salva per la fattura e l’aspetto recitativo: già detto della regia discreta di Haynes, vanno citati la fotografia di Edward Lachmann e le musiche di Carter Burwell; quanto agli attori, oltre a Kate c’è una Evan Rachel Wood infame fino all’inverosimile e la grandissima Melissa Leo. Nel pomeriggio, in Sala Grande, l’armata Brancaleone del cinema-monnezza italiano si riuniva per la presentazione di Box Office 3D dal quale ci siamo tenuti, per il nostro bene, a debita distanza.

Poi mercoledì 31 ci fu l’apertura ufficiale con, in concorso, The Ides of March, scritto, prodotto, diretto e interpretato da George Clooney, con Ryan Gosling (cui potrebbero già dare la Coppa Volpi se non fosse per la concorrenza di un signore cui faremo cenno tra poco), Paul Giamatti, Evan Rachel Wood, Philip Seymour Hoffman e Marisa Tomei. Ne avrete sentito parlare ampiamente, quindi risparmiamo la trama e rileviamo soltanto che il tocco registico di Clooney ha raggiunto una maturità che Good night e good luck già testimoniava. Ma c’era bisogno della conferma, e con The Ides of March George trova la sua cifra definitiva in una scrittura asciutta e cristallina, pienamente aderente alla perfezione geometrica della sceneggiatura. Vorrei citare una battuta memorabile, ma non posso perché in essa è contenuto anche uno snodo cruciale del film, e non voglio privarvi del piacere della scoperta. Correte a vederlo quando, a gennaio, la 01 lo porterà nelle nostre sale.
Nello stesso giorno, fuori concorso, veniva presentato Vivan as Antipodas, del russo Victor Kossakovsky, otto racconti di località situate l’una agli antipodi dell’altra sul globo terrestre: Entre Rios (Argentina) e Shanghai (Cina), Patagonia (Cile) e lago Baikal (Russia), Big Island (Hawaii) e Kubu (Botswana), Castle Point (Nuova Zelanda) e Miraflores (Spagna). Immagini di sublime suggestione grazie anche a un frequente uso della macchina da presa capovolta, alcune sequenze di cinema quintessenziale, ma Kossakovsky finisce col guardarsi troppo allo specchio e tracolla nel gorgo della calligrafia e del fine a se stesso. Così non va bene. Abbiamo fatto una merda anche Malick per questo stesso motivo.
Ma purtroppo non sono tutti Polanski. Eh no. Perché il primo settembre è stato il gran giorno di Carnage, film di un regista geniale che non può mettere piedi fuori di casa. E forse proprio lo stato di arresto domiciliare lo ha portato a fare film mono-ambiente, come The Ghost Writer e quello in concorso a Venezia, tratto da una piéce di Yasmina Reza. Due coppie di genitori (Winslet/Waltz e Foster/Reilly) che si incontrano per chiarire la vicenda del litigio dei figli. Condizione sociale, maschilismo e femminismo scalderanno gli animi fino alla carneficina verbale da cui esce vincitore (eccolo qui) Christoph Waltz: il migliore in campo, talmente bravo da suscitare un sorriso di soddisfazione. Polanski sta alle costole dei quattro attori con un concept di ripresa calcolato al millimetro, solo inquadrature giuste, movimenti di camera (e di attori) perfetti.
Per il momento, Carnage è il Leone d’Oro.

In concorso anche il taiwanese Saideke Balai, storia della rivolta degli indigeni taiwanesi che mettono da parte le antiche rivalità tribali e combattono per la secessione dal Giappone usurpatore. Con John Woo tra i produttori, il regista Wei Te-Sheng ha creato un gigantesco film epico che sfocia troppo spesso nel trash, ma è comunque di grande interesse per le scene delle asimmetriche battaglie nella giungla (precorritrici di quelle del Vietnam) coi selvaggi che, in agguato sui rami degli alberi, trucidano l’esercito regolare giapponese che finirà con avere la meglio solo grazie alla tecnologia distruttiva delle bombe a gas.
Nella sezione Orizzonti ho visto il film finora più bello della mostra, insieme a Carnage. Si tratta di Cut, dell’iraniano Amir Naderi (assai benvoluto dai cinefili habitué della Mostra che sono ancora in rivolta per la mancata assegnazione del Leone d’Oro, nel 2008, al suo Vegas) che ambienta la sua storia in Giappone. Il film parla di Shuji, giovane filmaker ovviamente senza lavoro, che organizza sul tetto del suo condominio cineforum d’essai con i grandi maestri del cinema mondiale, va a pregare sulle tombe di Mizoguchi, Ozu e Kurosawa, fa comizi con il megafono contro “quelli che uccidono il cinema, e che non danno al cinema un’altra possibilità”. In tutto questo, apprende che un boss della malavita gli ha ucciso un fratello che si era indebitato di dodici milioni di yen e che il suddetto boss chiede a Shuji di saldare. Il modo che trova è questo: farsi pagare per farsi prendere a pugni nel bagno di un bar. Ne viene fuori un miscuglio cruento della sostanza di Nuovo Cinema Paradiso e della forma di Fight Club che assume i connotati di una performance di arte contemporanea: i pugni che riducono Shuji in fin di vita in cambio di denaro sono una metafora del cinema commerciale che è un “pugno nello stomaco” che ha il solo fine di rimpolpare un fondo cassa. Da questo dolore, Shuji si cura proiettando sul suo corpo le immagini dei film che più ha amato fino al tripudio finale, di cui per ora non parlerò perché mi piace pensare che potremo vederlo nei nostri cinema.
Concludo velocemente con gli altri film in concorso: A Dangerous Method di Cronenberg è ottimo ma non è un capolavoro: fattura elegantissima con ambienti freddi fotografati caldamente, musiche splendide di Howard Shore, bravi Mortensen e Fassbender, la Knightley un po’ meno perché mette tutta se stessa nella sofferenza di Sabina Spielrein ma perde il controllo e si tuffa nel grottesco che fa ridere; Alpis di Yerogis Lanthimos è un presuntuoso film informe che ha alla base l’idea di un gruppo di persone che decidono di sostituirsi ai defunti: alcune sequenze toccanti, ma il film scorre malissimo, con scarsa capacità di avvincere nel raccontare e, siccome il cinema è racconto per immagini, non riuscire in questo basilare intento significa aver sbagliato strada; Poulet aux prunes di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud è la favoleggiante storia del violinista Nasser Ali che decide di togliersi la vita perché non riesce a trovare un violino adatto al suo talento musicale, ma prova a salvarsi per mezzo dell’amore: nobili intenti, ma il film avvince poco e se non fosse per un livello figurativo elevatissimo finirebbe presto nell’oblio.
Ora vi lascio perché mi devo andare a vedere Al Pacino. A domani.

P.s.: non ci hanno fatto entrare alla proiezione di Un été brulant di Philippe Garrel con Louis Garrel e Monica Bellucci, perché sono stati dati talmente tanti biglietti omaggio che per gli accreditati erano finiti i posti. Sono dispiaciuto perché Garrel ci sa fare e comunque i film in concorso andrebbero visti tutti, ma in sala, a partire dal minuto 40 del film, è cominciata una valanga di fischi che non si è interrotta fin quando il regista stesso non ha deciso di abbandonare mestamente la proiezione. Chissà.

Elio Di Pace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.